PERCHÉ MI INNAMORO DI CHI NON MI VUOLE?

INDICE PAGINA
- INTRODUZIONE
- LA DIPENDENZA AFFETTIVA COME UN BLOCCO
- COSA SUCCEDE ALL’INIZIO DI UNA RELAZIONE
- PERCHÉ CI INNAMORIAMO DI CHI NON CI VUOLE
- Il bisogno di conquistare chi sembra inarrivabile
- Il bisogno di riconquistare chi era attratto da noi
- Il bisogno di accudire chi ci sembra simile a noi
- PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE LASCIARE ANDARE
- Lasciare andare nella dinamica della “conquista”
- Lasciare andare nella dinamica della “rivalsa”
- Lasciare andare nella dinamica della “crocerossina”
- Punti in comune in queste dinamiche
- COME USCIRE DA QUESTO BLOCCO
- CONCLUSIONI
- APPROFONDIMENTI CONSIGLIATI
INTRODUZIONE
Antonio è da mesi che prova a conquistare Claudia.
Le scrive ogni giorno, la riempie di attenzioni, le ricorda continuamente quanto sia bella e speciale.
Claudia, però, non è particolarmente coinvolta.
Di certo non quanto Viola.
Viola, infatti, è molto presa da Mirko, malgrado lui sparisca per giorni e giorni, salvo poi ricomparire freddo e distante.
Lui le ha detto più volte di non volere una relazione, eppure lei continua ad aspettare che il ragazzo cambi idea.
Dario, al contrario, è stato conquistato da Rossana.
All’inizio era lei a cercarlo con intensità: gli scriveva sempre, lo coinvolgeva in ogni cosa, sembrava molto presa.
Poi, improvvisamente, si è allontanata, perdendo ogni interesse.
Tre storie diverse, ma con qualcosa in comune: un forte coinvolgimento che non nasce quando l’altro c’è davvero, ma quando non è disponibile o inizia a mancare.
È una dinamica che molte persone si ritrovano a vivere, spesso senza riuscire a spiegarsela.
Perché mi innamoro di chi non mi vuole?
Perché non riesco a lasciar andare qualcuno che non ricambia?
In questo articolo proviamo a darne una lettura più precisa.
LA DIPENDENZA AFFETTIVA COME UN BLOCCO
In un altro articolo ho proposto d’intendere la dipendenza affettiva come un blocco in una specifica fase dello sviluppo della relazione.
Secondo diversi studiosi, infatti, ogni rapporto sentimentale nasce e si sviluppa attraversando alcune fasi relativamente riconoscibili:
- Fase dell’attrazione e del corteggiamento
- Fase dell’innamoramento passionale
- Fase dell’amore romantico
- Fase dell’amore post-romantico
Quando tutto procede in modo fluido, la relazione evolve naturalmente attraversando queste fasi.
In altri casi, invece, qualcosa si blocca: il rapporto non prosegue, ma tende a fermarsi sempre nello stesso punto.
È qui che possiamo iniziare a parlare di dipendenza affettiva.
Dal mio punto di vista clinico, innamorarsi di chi non ci vuole rappresenta proprio uno di questi casi.
In particolare, un blocco che si colloca nella prima fase dello sviluppo di una relazione affettiva, ossia quella dell’attrazione e del corteggiamento.
È da qui che partiamo.
COSA SUCCEDE ALL’INIZIO DI UNA RELAZIONE
Per prima cosa, è bene segnalare che la relazione affettiva, da un punto di vista evoluzionistico, ha un importante significato biologico: favorire la sopravvivenza dei partner e la prosecuzione della specie tramite la procreazione.
In altre parole, siamo intrinsecamente motivati a ricercare un partner con cui costruire un legame stabile, utile sia alla cura reciproca, sia alla possibilità di generare e crescere una prole.
Va da sé che ben pochi si dichiarerebbero motivati a creare una relazione affettiva per tali fini.
Un conto, infatti, è parlare della funzione biologica per la quale certi comportamenti esistono.
Un altro è parlare delle ragioni soggettive per cui ciascuno di noi ricerca un partner.
Quali che siano tali ragioni, sembra comunque possibile identificare una fase iniziale in cui uno o entrambi i potenziali partner:
- provano attrazione (fisica, sessuale o mentale) verso l’altro;
- avvertono il desiderio di avvicinarsi, flirtare o corteggiare l’altro.
Questa fase, chiamata non a caso dell’ “attrazione” e del “corteggiamento“, inizia spesso senza che sia del tutto chiaro perché ci si senta attratti da una persona piuttosto che da un’altra.
Allo stesso modo, ci si può ritrovare desiderosi di attrarre l’altro senza avere una rappresentazione precisa di ciò che si vuole ottenere dalla relazione.
Quando questo desiderio viene espresso, il corteggiamento porta la persona a mostrare all’altro quegli aspetti di sé che considera più desiderabili.
Se l’obiettivo è attrarre, infatti, ciascuno tende a “presentarsi” come qualcuno in grado di soddisfare i bisogni dell’altro.
Esempi di comportamenti attrattivo-seducenti possono essere:
- mostrarsi gentili e disponibili;
- dare attenzioni e fare complimenti;
- manifestare interesse e presenza;
- offrire supporto emotivo;
- enfatizzare aspetti seduttivi o attraenti.
La fase dell’attrazione e del corteggiamento diventa così un processo di progressiva conoscenza reciproca, in cui, da un lato, si cerca di comprendere i bisogni dell’altro e, dall’altro, si prova a mostrarsi in grado di soddisfarli.
Allo stesso tempo, la complessità della nostra mente fa sì che questa fase possa anche diventare un momento di riflessione personale.
Una persona può ad esempio interrogarsi sulle ragioni della propria attrazione e sul perché desideri avvicinarsi proprio a quella specifica persona.
Può inoltre utilizzare questa fase per capire se l’altro sia davvero adatto a sé, ossia capace di rispondere ai propri bisogni affettivi e relazionali.
Questo lavoro di comprensione, tuttavia, non avviene sempre, né allo stesso modo in tutti noi.
All’interno di questo processo, inoltre, non tutti si muovono nella stessa direzione.
C’è chi tende a orientarsi verso persone che percepisce come particolarmente desiderabili, cercando di conquistarle principalmente per sentirsi riconosciuto e di valore.
E c’è chi invece si coinvolge soprattutto quando, dopo essere stato a lungo desiderato e ricercato, viene improvvisamente dimenticato dall’altro, facendo sentire di aver perso valore ai suoi occhi.
In entrambi i casi, il coinvolgimento non nasce soltanto da chi è l’altro, ma anche dal significato che il rapporto assume.
Il risultato è un conflitto interno che molte persone descrivono come una continua oscillazione tra il desiderio di allontanarsi e quello di restare.
In questo stato, diventa difficile orientarsi e capire quale direzione seguire.
Ci si ritrova così spesso a dare ascolto ora a una parte, ora all’altra, a seconda di quale in quel momento riesce a farsi sentire con più forza.
Nel primo caso, dal riuscire a ottenere l’interesse di qualcuno percepito come importante, così da far sentire di riflesso come una persona di valore.
Nel secondo, invece, dal perdere un interesse che inizialmente si aveva acquisito dall’altro, facendo emergere vissuti di perdita di valore ai propri occhi.
Quando questo processo avviene senza una reale comprensione di ciò che sta accadendo — e di ciò di cui si ha bisogno — la relazione può non nascere o non evolvere in modo fluido.
È in questi casi che si può iniziare a parlare di un blocco nella fase dell’attrazione e del corteggiamento, aprendo la strada allo sviluppo di una dipendenza affettiva.
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PERCHÉ CI INNAMORIAMO DI CHI NON CI VUOLE
Molte persone che soffrono di dipendenza affettiva finiscono per innamorarsi di chi non ricambia i loro sentimenti seguendo alcune dinamiche ricorrenti.
Il bisogno di conquistare chi sembra inarrivabile
La prima dinamica, che potremmo chiamare della “conquista“, riguarda il bisogno di conquistare chi viene percepito come socialmente desiderabile e, proprio per questo, difficilmente accessibile.
Al contrario, chi viene considerato facilmente accessibile tende a essere mantenuto a una distanza tale da:
- permettere di “nutrirsi” del valore che l’altro conferirebbe continuando a offrire attenzioni, interesse e considerazione;
- evitare di “nutrire” l’altro del proprio valore, cedendo alle sue lusinghe e ai suoi bisogni affettivi, vissuti talvolta con disgusto, fastidio o disprezzo.
In questa dinamica, il punto non è tanto innamorarsi di qualcuno che non ricambia, quanto piuttosto sentirsi attratti da chi viene investito di valore sociale e riuscire nell’intento di essere corrisposti da queste persone.
A generare attrattiva, infatti, non è tanto la persona nella sua complessità, quanto alcune sue caratteristiche ritenute particolarmente desiderabili, quali:
- la bellezza
- la fama
- il prestigio
- la popolarità
- la ricchezza
Queste caratteristiche, rappresentando spesso standard sociali di valore e desiderabilità, portano chi le possiede a essere percepito come particolarmente attraente e, di conseguenza, a diventare oggetto di desiderio.
Può così accadere che una persona si ritrovi a corteggiare con insistenza qualcuno ritenuto dagli altri di grande valore.
Chiaramente, più l’altro sembra difficile da conquistare, maggiore appare essere il suo valore.
Il rifiuto alimenta così il desiderio e accresce ulteriormente l’investimento emotivo nel corteggiamento.
È all’interno di questa dinamica che fenomeni come il love bombing trovano spesso il loro significato.
Lo sforzo intenso e insistito di ottenere l’attenzione e l’interesse dell’altro diventa un modo per confermare il proprio valore attraverso la conquista.
Tuttavia, quando la conquista riesce e l’altro inizia a ricambiare, può accadere qualcosa di apparentemente paradossale: l’interesse del corteggiatore cala rapidamente.
Paradossalmente, è proprio l’essere stato conquistato a far perdere al corteggiato gran parte del suo fascino agli occhi di chi corteggia.
L’altro viene infatti progressivamente assimilato alla categoria delle persone percepite come facilmente accessibili, cessando di rappresentare quella fonte di valore che inizialmente aveva acceso il desiderio.
A quel punto può comparire un progressivo disinvestimento affettivo che può manifestarsi attraverso:
- il ghosting;
- l’interruzione improvvisa del rapporto;
- l’ambivalenza, finalizzata a mantenere l’interesse dell’altro senza mai coinvolgersi completamente.
Le conseguenze sono doppiamente significative.
Da una parte, il corteggiatore, dopo aver sperimentato temporaneamente un senso di valore, si ritrova nuovamente ad aver bisogno di qualcuno da conquistare.
Dall’altra, il corteggiato, ritrovandosi a vivere un’esperienza di rifiuto simile a quella inizialmente inflitta all’altro, può finire a sua volta per ritrovarsi invischiato nel ruolo di chi rincorre qualcuno che non ricambia.
Si crea così una dinamica circolare e “vampirizzante“, nella quale il bisogno di sentirsi di valore porta a strutturare relazioni che non riescono mai a stabilizzarsi pienamente.
Il valore viene temporaneamente assorbito dall’altro attraverso la conquista, ma non viene mai realmente interiorizzato.
Quando l’effetto della conquista svanisce, riemerge infatti il bisogno di cercare nuove conferme.
Dalla mia esperienza come psicologo, ho potuto osservare come molte persone che soffrono di dipendenza affettiva finiscono per innamorarsi di chi non ricambia i loro sentimenti seguendo alcune dinamiche ricorrenti.
All’origine di questo funzionamento vi sono spesso esperienze precoci, infantili o adolescenziali, nelle quali affetto, riconoscimento e attenzione sono state percepite come insufficienti, instabili o condizionate.
Ne deriva non solo un intenso bisogno di ricevere ciò che è mancato, ma anche una forte spinta a liberarsi della dolorosa sensazione di non essere abbastanza degni di amore, attenzione o riconoscimento.
Il corteggiamento diventa così una strategia attiva per dimostrare a se stessi di poter essere scelti da qualcuno percepito come di valore.
Da qui lo sforzo spesso intenso e persistente di conquistare l’altro, anche di fronte ai primi segnali di rifiuto o disinteresse, vissuti il più delle volte come una sfida da superare.
Ma perché il corteggiato finisce talvolta per sviluppare una dipendenza affettiva nei confronti di chi inizialmente lo corteggiava?
Il bisogno di riconquistare chi era attratto da noi
La seconda dinamica, che potremmo chiamare della “rivalsa“, riguarda il bisogno di riconquistare chi, pur non suscitando inizialmente un particolare interesse, diventa progressivamente attraente proprio nel momento in cui ci rifiuta o prende da noi le distanze.
Le circostanze che conducono a questo esito possono essere molto diverse.
Alcune persone, ad esempio, non provano inizialmente alcun interesse verso chi le sta corteggiando e sviluppano un coinvolgimento solo successivamente.
Vi sono poi persone che possono aver tratto piacere dalle attenzioni ricevute senza rendersi realmente conto di quanto queste fossero diventate importanti, come accade talvolta nei casi caratterizzati da distacco emotivo.
Altre ancora possono vedere il proprio interesse crescere gradualmente, man mano che si abituano alla presenza costante dell’altro, ai suoi complimenti, alle sue attenzioni e alla sensazione di essere desiderate.
Quale che sia il percorso attraverso cui si arriva a questa dinamica, le costanti manifestazioni di interesse del corteggiatore finiscono per soddisfare un bisogno che non sempre viene riconosciuto consapevolmente dal corteggiato: il bisogno di sentirsi considerati degni di stima e amore.
Non tutte le persone che incontriamo hanno il potere di attivare dentro di noi tale bisogno.
La nostra mente tende spontaneamente a selezionare alcune persone come particolarmente significative.
Sono proprio queste persone a suscitare quelle che comunemente vengono chiamate “farfalle nello stomaco“.
Purtroppo, però, queste farfalle non sempre indicano la direzione giusta.
Talvolta segnalano semplicemente l’attivazione di modelli relazionali disfunzionali costruiti nel corso del nostro sviluppo sulla base di esperienze affettive instabili, ambivalenti o dolorose.
A ben vedere, sarebbero proprio tali modelli disfunzionali interni di “relazione ideale” a predisporre allo sviluppo di una dipendenza affettiva.
In questa dinamica il desiderio, infatti, non nasce necessariamente dalla presenza dell’altro, ma dalla sua assenza o dal suo rifiuto.
Paradossalmente, alcune persone iniziano a desiderare davvero qualcuno soltanto quando lo perdono o rischiano di perderlo.
È infatti il distacco affettivo a rendere improvvisamente evidente quanto quelle attenzioni fossero importanti.
Per questa ragione si arriva spesso a vivere il partner come una sorta di “droga“, ricercandolo compulsivamente per sperimentare:
- il piacere e l’euforia associati al pensiero di poterlo riavere (rinforzo positivo);
- il sollievo temporaneo dall’ansia e dal dolore provocati dalla sua perdita (rinforzo negativo).
In alcune persone questo bisogno di riconquista assume anche una forte componente erotica e sessuale.
Non è raro, ad esempio, che l’eccitazione si concentri soprattutto sulla fantasia di riavere l’altro, di essere nuovamente desiderati o di riuscire finalmente a riconquistarlo.
Paradossalmente, tale eccitazione può risultare più intensa nella fantasia o durante l’atto della masturbazione, piuttosto che nel rapporto sessuale vero e proprio con chi si vorrebbe riconquistare.
In quest’ultimo caso, infatti, la presenza concreta dell’altro può essere vissuta con noia o riattivare il dolore di non essere davvero desiderati, amati o scelti come si vorrebbe, trasformando il piacere in insicurezza, vergogna o senso di inadeguatezza.
Benché tutti noi scegliamo un partner anche sulla base di ciò che sentiamo “di pancia”, chi possiede un modello relazionale disfunzionale è come se avesse una bussola interna mal calibrata.
Accade così che si finisce con il rimanere attratti da persone che, attraverso il loro rifiuto o il loro allontanamento, riattivano questo modello relazionale interno.
La mancanza di attenzione, vicinanza o affetto associata al distacco alimenta allora il bisogno di riconquista.
Ciò che si cerca di recuperare non è soltanto la persona perduta, ma il sentimento di essere degni di valore e affetto che la presenza dell’altro faceva vivere.
In questo senso, a ferire la persona lasciata non è solamente la perdita della relazione, ma il non riuscire a comprendere cosa abbia determinato il distacco.
Se sapessimo con certezza che l’allontanamento altrui dipendesse da una depressione, da difficoltà personali o da altre ragioni indipendenti da noi, il dolore sarebbe spesso più tollerabile.
Il problema, invece, nasce quando tale distacco viene interpretato come una conseguenza del nostro presunto scarso valore.
È allora che il rifiuto dell’altro smetterebbe di essere visto come un semplice evento relazionale e diventerebbe una conferma delle proprie paure più profonde: il non valere abbastanza per ricevere stima e affetto.
È per questo motivo che il bisogno di riconquista può assumere caratteri così ossessivi e compulsivi.
Nel tentativo di tornare a essere scelti, alcune persone arrivano progressivamente a modellarsi sui gusti, sugli interessi, sui valori o sulle abitudini della persona che desiderano riconquistare.
Può così accadere di iniziare ad apprezzare attività, ambienti o modi di vivere che in precedenza venivano considerati poco interessanti o addirittura contrari ai propri valori.
Non sempre questo cambiamento è consapevole.
Talvolta la persona si accorge solo a posteriori di essersi progressivamente adattata all’altro nel tentativo di aumentare le probabilità di essere nuovamente desiderata e scelta.
In questi casi, oltre alla sofferenza per il rifiuto, può comparire anche una dolorosa sensazione di smarrimento identitario, come un essersi allontanati da se stessi nel tentativo di conquistare qualcuno che continua a sfuggire.
In generale, in questa esperienza sembra spesso riattivarsi una sofferenza già conosciuta, legata a precedenti esperienze di rifiuto, abbandono o distacco affettivo vissute nel corso della propria storia.
Le continue attenzioni ricevute durante il corteggiamento avevano alimentato la sensazione di essere importanti e desiderati.
Il distacco improvviso comunica invece l’esatto opposto: non essere più degni, pensati o desiderati.
Quando questo accade, la persona può iniziare a monitorare ossessivamente quegli aspetti di sé ritenuti responsabili del rifiuto ricevuto.
Tra questi, l’aspetto fisico occupa spesso un posto centrale.
Non è raro che il bisogno di essere nuovamente scelti porti a investire grandi quantità di tempo ed energia nel proprio corpo, nell’alimentazione o nell’immagine di sé.
In alcune persone particolarmente vulnerabili, tale preoccupazione può associarsi anche alla comparsa/ricomparsa di problematiche legate al comportamento alimentare, come l’anoressia o la bulimia.
Nel complesso, è interessante osservare come questa dinamica possa attivarsi indipendentemente dal fatto che il corteggiatore sia davvero riuscito nel suo intento di conquista.
Si possono infatti desiderare ardentemente le attenzioni di una persona che, nel concreto, non rappresenta per noi un reale oggetto di desiderio.
Non è raro incontrare persone che si scoprono dipendenti da qualcuno che non le attrae particolarmente sul piano fisico, sessuale o mentale.
Ciò che risulta insopportabile, infatti, non è tanto la perdita della persona in sé, quanto la perdita del proprio senso di dignità e valore personale.
Se il problema principale non riguarda tanto l’innamorarsi di chi non ci vuole, quanto la difficoltà nel prendere le distanze da una persona con cui si è già creato un legame, può essere utile leggere l’articolo dedicato al non riuscire a lasciarsi.
Talvolta è sufficiente essere stati a lungo corteggiati perché la scomparsa di quelle attenzioni venga vissuta come una perdita significativa.
E quanto più si è fatto affidamento su quelle attenzioni per sentirsi apprezzati, amati o degni di valore, tanto più dolorosa sarà la loro assenza e intenso il desiderio di riconquista.
Se ti riconosci in molti di questi aspetti e desideri comprendere meglio se stati vivendo una dipendenza affettiva, puoi leggere l’articolo dedicato a come capire se si soffre di dipendenza affettiva.
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Il bisogno di accudire chi sembra simile a noi
L’ultima dinamica che voglio qui trattare, che potremmo chiamare della “crocerossina“, riguarda il bisogno di prendersi cura di chi si ritiene abbia vissuto una sofferenza simile a quella che noi stessi abbiamo sperimentato in passato.
In questa configurazione non si ricerca tanto qualcuno da cui ricevere cure, quanto piuttosto qualcuno di cui prendersi cura.
Paradossalmente, però, dietro questo desiderio di aiutare l’altro si nasconde spesso un bisogno molto più profondo e raramente riconosciuto: il bisogno di essere compresi, accolti e accuditi nelle proprie sofferenze.
La persona si mostra aperta e disponibile verso il dolore altrui, ma tende a essere estremamente severa nei confronti del proprio.
Ci si sente in dovere di aiutare chi soffre, ma sbagliati, egoisti o moralmente riprovevoli nel desiderare attenzioni, conforto e supporto emotivo per sé stessi.
Si crea così una profonda scissione tra il bisogno di dare cure e il bisogno di riceverle.
Il primo viene accolto e valorizzato.
Il secondo viene spesso rifiutato, minimizzato o represso.
Tristezza, vulnerabilità e dolore emotivo appaiono legittimi quando appartengono agli altri, ma non quando riguardano sé stessi.
La sofferenza altrui suscita compassione e tenerezza, predisponendo a comportamenti accudenti orientati ad alleviare il disagio dell’altro.
La propria sofferenza, al contrario, viene frequentemente trattata con durezza, rabbia o disprezzo, come se fosse poco importante, eccessiva o infantile.
Da qui la particolare soluzione trovata dalla mente per soddisfare indirettamente il proprio bisogno di cure: aiutare chi soffre.
In altre parole:
«Mi prendo cura dell’altro nella speranza che qualcuno si prenda finalmente cura di me».
Paradossalmente, è proprio la difficoltà ad affidarsi agli altri e ad accettare il proprio bisogno di supporto che può predisporre allo sviluppo di forme di dipendenza affettiva.
Le persone di cui ci si innamora sono spesso individui nei quali si intravede una sofferenza familiare, simile a quella che si porta dentro da sempre e che si nasconde dietro uno sguardo sereno e solare.
La sofferenza altrui che attiva questa dinamica non è necessariamente dichiarata esplicitamente dall’altro.
Spesso si tratta piuttosto di qualcosa che la persona dipendente intuisce dietro atteggiamenti apparentemente freddi, distanti o poco empatici dell’altro.
Non è raro che l’interesse si orienti verso persone che, almeno in apparenza, sembrano emotivamente poco accessibili, ma che occasionalmente mostrano momenti di dolcezza, sensibilità o vulnerabilità.
È proprio l’inferire la presenza di questo lato fragile e bisognoso di affetto a generare l’attrazione.
Inconsapevolmente, infatti, è come se si desiderasse che fosse proprio una persona segnata da esperienze simili a prendersi cura delle nostre ferite, poiché ritenuta più capace di comprenderle.
L’elevata sensibilità verso la sofferenza porta spesso chi vive questa dinamica a riconoscere con facilità le difficoltà emotive altrui.
Questa capacità viene frequentemente apprezzata dagli altri e contribuisce a consolidare il ruolo di “salvatore“.
Proprio per questo motivo può risultare difficile abbandonare tale ruolo nei momenti in cui si avrebbe invece bisogno di essere aiutati.
Questo aspetto emerge chiaramente quando la persona si ritrova corteggiata da individui realmente disponibili e accudenti.
Pur riconoscendone le qualità, può percepirli come meno capaci di comprendere davvero il proprio dolore.
Chi vive questa dinamica, infatti, non desidera realmente raccontare le proprie sofferenze.
Desidera piuttosto che esse vengano colte spontaneamente dall’altro, attraverso uno sguardo empatico e intuitivo.
Il problema è che non sempre la persona che immaginiamo bisognosa di cure coincide con una persona realmente capace di offrirle.
Più spesso accade il contrario.
Può infatti verificarsi che la sofferenza intravista nell’altro si accompagni a una marcata incapacità di costruire relazioni intime e accudenti.
In altri casi ancora, persone particolarmente manipolative possono intuire questa tendenza e mostrarsi più fragili o sofferenti di quanto siano realmente.
Così facendo, attivano nel partner un bisogno di accudimento che viene poi utilizzato per soddisfare obiettivi molto diversi dalla costruzione di una relazione autentica.
Il risultato è spesso una dolorosa sensazione di colpa e impotenza.
Prendere le distanze dall’altro diventa così difficile.
Si teme di abbandonarlo.
Di ferirlo.
Di essere responsabili della sua sofferenza.
Eppure non sempre dietro l’apparente fragilità altrui si nasconde una ferita reale.
Talvolta l’intensità del proprio bisogno di cura è tale da portare a proiettare sull’altro un dolore che appartiene soprattutto a noi stessi.
Quando si realizza ciò, ci si può sentire confusi, smarriti e profondamente insicuri rispetto alla propria capacità di comprendere gli altri.
Quanto più si è costruita la propria identità attorno al ruolo di “salvatore“, tanto più il riconoscere questi errori di valutazione risulta destabilizzante.
È bene inoltre sottolineare che non sempre la persona desiderata è realmente irraggiungibile.
Talvolta accade che il corteggiato, riconoscendo il genuino interesse dell’altro, finisca per ricambiare.
Paradossalmente, è proprio in quel momento che emerge il limite della fantasia relazionale.
Quando si riesce finalmente a costruire l’intimità tanto desiderata, ci si può accorgere che l’altro non possiede gli strumenti emotivi necessari per essere quel sostegno che si era immaginato.
Ci si ritrova così a sostenere non soltanto il proprio dolore, ma anche quello dell’altro.
E quella relazione che avrebbe dovuto guarire le proprie ferite finisce per trasformarsi nell’ennesima fonte di sovraccarico emotivo, solitudine e frustrazione.
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PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE LASCIARE ANDARE
Come abbiamo visto, un blocco nella fase dell’attrazione e del corteggiamento può portare a sviluppare una dipendenza affettiva seguendo percorsi differenti.
Sebbene le tre dinamiche descritte siano molto diverse tra loro, condividono un elemento comune: la persona finisce per percepire il lasciare andare non come una soluzione alla propria sofferenza, ma come una minaccia ancora più grande.
Per questo motivo, il distacco diventa così difficile.
Lasciare andare nella dinamica della “conquista”
In questo caso, lasciare andare significa non solo rinunciare alla persona desiderata, ma anche al brivido della conquista e alla sensazione di valore che essa promette.
L’interesse verso l’altro non è infatti alimentato esclusivamente dall’attrazione, ma anche dalla possibilità di sentirsi importanti agli occhi di qualcuno percepito come speciale.
Smettere di corteggiare può allora far emergere una dolorosa sensazione di vuoto.
Vengono meno l’eccitazione della sfida, l’attesa della conquista e quella sensazione di vitalità che accompagna il tentativo di ottenere ciò che sembra irraggiungibile.
Quando questo accade, la persona non sperimenta soltanto una delusione sentimentale, ma anche un profondo senso di noia, apatia e insignificanza.
La vita appare improvvisamente più piatta, priva di quella tensione emotiva che il corteggiamento riusciva temporaneamente a fornire.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: la prospettiva che qualcun altro possa riuscire là dove noi abbiamo fallito.
L’idea che una terza persona possa conquistare chi desideriamo viene spesso vissuta come una sconfitta personale, alimentando il bisogno di rimanere invischiati nella dinamica competitiva anziché prenderne le distanze.
Lasciare andare nella dinamica della “rivalsa”
Qui lasciare andare assume un significato completamente diverso.
Non significa soltanto rinunciare all’altro.
Significa rinunciare alla speranza di essere nuovamente scelti.
In altre parole, la persona non lotta soltanto per riavere il partner, ma per difendere l’idea di poter essere ancora amata, desiderata e considerata importante.
Un conto, infatti, è convivere con l’assenza momentanea di attenzioni e affetto.
Un altro è convincersi che tali attenzioni non arriveranno mai perché non si è abbastanza degni di riceverle.
Quest’ultimo scenario risulta spesso molto più doloroso, poiché non comporta soltanto la perdita dell’altro, ma anche la perdita della speranza che i propri bisogni di stima possano essere soddisfatti in futuro.
Sentimenti di disperazione, dolore e impotenza possono così ostacolare profondamente il distacco.
Inoltre, immaginare la persona desiderata felice accanto a qualcun altro può risultare particolarmente difficile da tollerare.
Non tanto per la perdita della relazione in sé, quanto perché tale immagine sembra confermare l’idea di non essere stati abbastanza per venire scelti.
Rimanere agganciati alla possibilità di una riconquista diventa allora un modo per difendersi da questa dolorosa conclusione, ma anche un fattore di mantenimento della dipendenza affettiva.
Lasciare andare nella dinamica “crocerossina”
In quest’ultimo caso, lasciare andare viene spesso vissuto come un atto di abbandono.
Non verso sé stessi, ma verso l’altro.
La persona sente di stare rinunciando a qualcuno che avrebbe bisogno del suo aiuto, del suo sostegno o della sua comprensione.
Prendere le distanze genera così un intenso senso di colpa.
Si teme di lasciare l’altro solo nel proprio dolore.
Di ferirlo.
Di essere responsabili della sua sofferenza.
A ben vedere, tuttavia, ciò che rende particolarmente difficile il distacco non è soltanto il dolore dell’altro, ma anche il contatto con il proprio.
Lasciare andare significa infatti rinunciare alla speranza che quella persona possa finalmente comprendere e accogliere le ferite che portiamo dentro di noi.
In questa dinamica, il desiderio di salvare l’altro rappresenta spesso una modalità indiretta di cercare salvezza per sé stessi.
Per questo motivo il distacco può risultare così doloroso.
A tutto ciò si aggiunge la prospettiva che la persona amata possa costruire con qualcun altro quella relazione intima e profonda che si desiderava per sé.
Uno scenario che viene vissuto non solo come una perdita, ma anche come la conferma che qualcun altro sia riuscito a ottenere ciò che per noi è rimasto irraggiungibile.
Punti in comuni in queste dinamiche
Nonostante le differenze, tutte e tre le dinamiche conducono allo stesso risultato.
Lasciare andare non viene percepito come una liberazione dal dolore, ma come la perdita di qualcosa ritenuto fondamentale: la stima, l’amore o l’accudimento altrui.
È proprio per questo motivo che la persona continua a investire nella relazione nonostante la sofferenza.
Comprendere quale bisogno si stia realmente cercando di soddisfare rappresenta spesso il primo passo per uscire da una dipendenza affettiva e interrompere il blocco nella fase dell’attrazione e del corteggiamento.
COME USCIRE DA QUESTO BLOCCO
Normalmente le persone che arrivano in terapia lamentano di non riuscire a prendere le distanze da qualcuno pur desiderando profondamente farlo.
Si sentono afflitte, scoraggiate, deluse e arrabbiate con se stesse.
Allo stesso tempo, continuano a sperare che qualcosa possa cambiare e che quel rapporto, o pseudo-rapporto, possa finalmente trasformarsi in ciò che hanno sempre desiderato.
Quello che emerge nei primi colloqui, tuttavia, è che una parte della persona non vuole realmente interrompere quella relazione.
Come abbiamo visto, lasciar andare non significa semplicemente rinunciare all’altro.
Significa anche rinunciare a qualcosa che quel rapporto rappresenta:
- un senso di valore che dà senso alla propria vita;
- la speranza di avere un riscatto così da liberarsi del fardello di sentirsi inadeguati;
- la possibilità di sentirsi finalmente compresi e accuditi nel proprio dolore emotivo.
Come accade in tutte le dipendenze, la persona finisce spesso per sentirsi divisa tra due parti di sé.
Una che vorrebbe allontanarsi e smettere di soffrire.
L’altra che vorrebbe continuare a cercare la persona amata o a sperare di poterla riconquistare.
Per questo motivo, l’obiettivo della terapia non consiste nel far prevalere una parte sull’altra.
Farlo significherebbe aiutare la persona ad amputare una parte di sé che, per quanto dolorosa, svolge una funzione psicologica ben precisa.
Il compito del percorso terapeutico è piuttosto comprendere quale bisogno questa parte sta cercando di soddisfare.
In altre parole, perché una parte di te continua ad aggrapparsi a una persona che, attraverso il rifiuto, il distacco o l’ambivalenza, ti sta facendo soffrire?
Comprendere il significato profondo di questo legame consente gradualmente di sviluppare nuovi modi per soddisfare gli stessi bisogni, senza dover necessariamente continuare a rincorrere chi non è disposto o capace di ricambiare ciò che stai cercando.
Nella dinamica della conquista, ad esempio, il lavoro terapeutico può aiutare la persona a trovare nuove fonti di valore, vitalità e realizzazione personale che non dipendono esclusivamente dal brivido della conquista.
Nella dinamica della rivalsa, può invece diventare centrale distinguere il bisogno di essere amati dal bisogno di ottenere una rivincita sul rifiuto subito, imparando a investire in relazioni più reciproche e rispettose.
Nella dinamica della crocerossina, infine, il percorso può favorire una maggiore capacità di riconoscere e accogliere i propri bisogni di cura, rendendo meno necessario cercare indirettamente nell’altro ciò che non si starebbe dando a se stessi.
In tutti i casi, il lavoro terapeutico non consiste nell’imparare a dimenticare qualcuno.
Consiste piuttosto nel comprendere che cosa quella persona rappresenta per noi e nel trovare modalità più sane e sostenibili per soddisfare i bisogni che abbiamo affidato a quella relazione.
Per approfondire nel dettaglio come si sviluppa questo percorso e quali sono i principali strumenti terapeutici utilizzati per affrontare la dipendenza affettiva, puoi leggere l’articolo dedicato alla cura della dipendenza affettiva.
CONCLUSIONI
Spesso pensiamo di non riuscire a dimenticare una persona.
Più raramente ci chiediamo che cosa quella persona rappresenti per noi.
A volte rappresenta il valore che vorremmo riconoscerci.
In altri casi incarna la speranza di venire finalmente scelti.
Altre ancora la possibilità di sentirci compresi e accuditi nelle nostre ferite più profonde.
Finché questi bisogni rimangono nascosti, è facile continuare a rincorrere chi non può o non vuole offrirci ciò che stiamo cercando.
Quando invece impariamo a riconoscerli e a prendercene cura in modo diverso, il problema non diventa più come trattenere qualcuno, ma come costruire relazioni capaci di farci stare bene.
APPROFONDIMENTI CONSIGLIATI
Se ti sei riconosciuto in una o più delle dinamiche descritte in questo articolo e desideri comprendere meglio come si sviluppa la dipendenza affettiva, quali bisogni la alimentano e come sia possibile interrompere questi schemi relazionali, potrebbero esserti utili i seguenti approfondimenti.
Una guida completa per comprendere come si sviluppa la dipendenza affettiva e perché alcune persone rimangono bloccate in specifiche fasi dello sviluppo del rapporto affettivo.
Un approfondimento dedicato ai principali segnali della dipendenza affettiva, ai meccanismi psicologici che la caratterizzano e alle modalità attraverso cui è possibile riconoscerla.
È presente anche un test di screening gratuito.
Un approfondimento dedicato ai motivi che possono rendere difficile interrompere una relazione anche quando ci si rende conto che sta causando sofferenza.
Un approfondimento dedicato alle principali cause della sfiducia nella relazione, alla paura dell’abbandono e alle dinamiche di attaccamento che possono alimentare gelosia, bisogno di rassicurazioni e difficoltà a fidarsi.
Una panoramica sui principali obiettivi terapeutici e sulle modalità strategiche con cui è possibile lavorare sui bisogni affettivi che mantengono la dipendenza affettiva.






























