IPOCONDRIA
Da alcuni mesi Laura ha l’ossessione di avere qualcosa di grave.
Sa di essere in salute, così come le ultime analisi hanno ampiamente dimostrato.
Ciononostante, dietro ogni piccolo dolore, sensazione insolita del corpo, macchia o rigonfiamento della pelle, le scatta il pensiero di avere qualcosa di grave che l’allarma e la manda in panico.
Ogni volta che intrudono in lei simili pensieri angoscianti, Laura:
- controlla la parte del corpo incriminata tastandola o confrontandola, grazie a Google Lens, con altre immagini in rete;
- richiede rassicurazioni a parenti o conoscenti esperti in medicina e salute;
- si confronta con ChatGPT per sincerarsi che i suoi timori non siano fondati;
- porta di frequente l’attenzione sulla sensazione disagevole per vedere se la stessa persiste o svanisce nel corso della giornata;
- cerca di distrarsi pensando ad altro, mettendosi a scrollare video e reel sul suo smartphone o parlando con qualcuno;
- prova a dirsi che non è niente di grave e che è solo ansia, seppure con scarsi risultati.
Nonostante tutti i suoi sforzi, tuttavia, niente riesce a farla stare tranquilla rispetto alla sua paura delle malattie.
Perché la mente di Laura le sta tirando questo brutto scherzo?
Perché Laura non riesce a rassicurarsi?
Cosa può fare Laura per stare meglio?
Scopriamolo assieme
COS’È L’IPOCONDRIA
Un tempo si era soliti parlare di “ipocondria” per riferirsi a una condizione patologica di eccessiva ansia per la salute.
Oggigiorno, nella 5°edizione rivisitata del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DMS-5TR), tale diagnosi è stata sostituita da due nuove diagnosi (per approfondimento clicca qui):
- disturbo da sintomi somatici
- disturbo d’ansia da malattia
Un grande passo avanti per la valutazione e il trattamento di questo problema?
No, almeno secondo chi scrive.
Possiamo dunque continuare a parlare tutt’oggi più semplicemente di ipocondria per riferirci a quella condizione in cui l’aspetto centrale è la presenza di un’ansia invalidante di avere una grave malattia.

Affermare questo equivale sostanzialmente ad affermare che il problema dell’ipocondria sia prima di tutto un problema d’ansia.
E come tutti i problemi d’ansia, dunque, ciò che lo caratterizza è la presenza di un’ansia anticipatoria (in questo caso per le malattie) che eccede i livelli consueti con cui tale ansia si:
- presenta (criterio di frequenza)
- mantiene (criterio di durata)
- percepisce (criterio di disagio)
Detto diversamente, affinché si possa parlare di ipocondria è necessario che l’ansia per le malattie sia piuttosto frequente, durevole nel tempo e disagevole.
Per la frequenza e durata possono compiersi delle valutazioni oggettive, ad esempio confrontando le risposte, che la persona offrire a specifici test psicologici, con quelle di persone che non soffrono dello stesso problema.
Diversamente, per il grado di disagio è la persona stessa o il clinico che l’assiste a compiere questo tipo di valutazione soggettiva.
Nella pratica clinica, in genere tali lasciano il tempo che trovano, in quanto è la stessa richiesta di supporto psicologico a sancire come rilevante il problema d’ansia in questione.
Normalmente l’ansia per le malattie emerge per due motivi:
O a seguito della vista di un qualcosa di insolito a livello corporeo o della percezione interna di qualche sensazione inspiegata, indipendentemente che sia dolorosa;
O a seguito dell’emergere casuale e imprevedibile di pensieri negativi circa la possibilità di contrarre una malattia, talvolta conseguenti a riflessioni non incentrate attorno al tema della malattia.
Più spesso si alternano le due condizioni in modo indifferenziabile, anche perché l’emergere di ansia può innescare reazioni corporee che, se mal interpretate, alimentano nuovamente ansia.
Nell’un caso o nell’altro, l’ansia emerge quindi in quanto, in un dato momento, la mente elabora in modo catastrofico alcune informazioni.
Siano esse di natura sensoriale (ad es., sensazione interna) o di natura concettuale (ad es., concatenazione di pensieri e riflessioni che culminano nell’ipotesi di malattia).
Vediamo qualche esempio.
IPOCONDRIA IN PERSONALITÀ OSSESSIVA
Giuseppe è una persona precisa e meticolosa in tutto ciò che fa.
Si organizza sempre nel migliore dei modi, è sempre in anticipo ai diversi appuntamenti e tiene molto a valori quali la coerenza, il rispetto reciproco e la correttezza.
Da circa un anno avverte la strana e inspiegabile sensazione di avere come un “cerchio alla testa“.
Inizialmente pensava fosse legato alla stanchezza fisica e mentale che stava provando per l’eccesso di lavoro, ma il persistere di questa strana sensazione ha attivato in lui i pensieri più catastrofici.
La sua mente è andata a prospettarsi la possibilità di avere un tumore cerebrale, un problema neurologico, una meningite, un’epilessia, un procinto di ictus ischemico, un esordio di SLA e così via.
Ne ha parlato con il suo medico di base che gli ha prescritto una visita neurologica, i cui esiti TAC non hanno evidenziato alcun problema.
Se inizialmente questo lo aveva rassicurato, il persistere di tale sensazione ha fatto ben presto riemergere in lui il pensiero angoscioso di poter avere qualcosa di grave e non diagnosticato.
Giuseppe ha quindi deciso di sottoporsi a ulteriori accertamenti medici con tanto di analisi ECG e del sangue, tutti attestanti la presenza di valori nella norma.
I più con cui ha parlato hanno sempre offerto come possibile spiegazione la presenza di una condizione di eccessivo stress mentale, cosa peraltro riconosciuta dallo stesso Giuseppe.
Eppure, tale spiegazione lascia in lui la sensazione di non essere preso troppo sul serio nel trattare un problema che, a suo dire, se non affrontato in modo rigoroso e preciso, può portarlo a un forte pentimento.
Può infatti Giuseppe dirsi di aver fatto tutto il possibile per scongiurare il rischio che tale sensazione possa essere riconducibile a un problema medico grave e non emerso nelle precedenti analisi?
Come potrebbe continuare a vedere se stesso come una persona “precisa” e “scrupolosa” senza aver ottenuto dapprima una spiegazione scientifica chiara ed esaustiva del disagio da lui lamentato?
Così Giuseppe
- ha smesso di dormire, preso da questo continuo pensare e ripensare alle possibili cause di questo suo disagio;
- continua a interrogare ChatGPT sulle possibili cause alla base di questo disagio;
- ha smesso di pianificare le ferie e i viaggi occasionali, per il timore di un aggravamento improvviso;
- sta pensando di riprogrammare una nuova serie di visite specialistiche in ospedale fuori regione o con specialisti più quotati;
- ha modificato la sua attività fisica provando a evitare il compiere sforzi che in precedenza gli davano appagamento e soddisfazione.
L’ansia constante e il presentarsi di alcuni attacchi di panico lo sta tuttavia spingendo a prendere in considerazione l’idea, già suggeritagli dai più, di parlare di questo suo disagio con uno psicologo.
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IPOCONDRIA DA DIFFICOLTÀ A STARE SOLI
Da quando il compagno se n’è andato di casa, Simona vive nell’ansia che le venga un malore improvviso.
Un arresto cardiaco, per esempio, ma anche un infarto occlusivo o un ictus.
E perché no, magari anche qualche altro tipo di problema medico di cui non è a conoscenza.
D’altronde, Simona non hai mai voluto approfondire l’ambito medico proprio per non farsi venire “paure inutili”.
È sempre stata piuttosto spaventata dal rischio di avere una qualche malattia grave, anche se la presenza del compagno la rassicurava rispetto al rischio di averne qualcosa di simile.
Sapeva infatti che, se le fosse avvenuto un malore improvviso, il compagno l’avrebbe prontamente soccorsa portandola in ospedale e permettendole le cure di cui avrebbe avuto bisogno.
Mentre ora?
Chi avrebbe mai potuto soccorrerla qualora avesse avuto un malore improvviso e imprevedibile?
Certo, anche la presenza del compagno non era sinonimo di garanzia di sopravvivenza, eppure insieme a lui questi pensieri angosciosi non si palesavano e a lei questo era più che sufficiente.
Da alcuni mesi, invece, fa fatica a dormire la sera, sentendo l’esigenza di distrarsi sui social per non pensare o scrivendo ad alcune amiche o alla madre, con cui la donna ha un rapporto particolare.
Simona sa che la sua non è una di quelle paure che può essere risolta facendo analisi o visite mediche, che per altro l’angosciano terribilmente.
Non riuscirebbe a recarsi in ospedale se non accompagna da qualcuno di fiducia, né tanto meno a leggere un responso medico, a maggior ragione se avente un esito negativo.
Proprio per questo evita di compiere analisi mediche, come pure d’informarsi sulle possibili malattie che la spaventano, malgrado a volte guardi su internet quando sente di non riuscire a farne a meno.
Non capisce il motivo per il quale questi pensieri emergano soltanto in certi periodi della sua vita e non in altri.
Trova infatti assurdo pensare che sia sufficiente sapere di essere sola affinché tali pensieri angoscianti si palesino, essendo lei stessa una persona fortemente autonoma e indipendente.
A tratti questo è persino motivo di rabbia verso se stessa per non riuscire a gestire in autonomia una “futile” paura, come sovente la definisce, che razionalmente sa non avere alcun senso.
Eppure, vive questa paura come un qualcosa che è più forte di lei e verso cui si sente impotente e indifesa, al punto di buttarsi tanto giù nelle occasioni in cui avverte di non riuscire a farcela da sola.
Il tutto la fa sentire come depressa e sfiduciata nella possibilità di riuscire a prendere “il toro per le corna”, in quanto non sa concretamente cosa fare per stare meglio.
COME LAVORO CON L’IPOCONDRIA
Le sensazioni disagevoli e i dolori interni di cui si lamenta chi soffre di questo problema sono per la persona stessa reali e oggettivi, benché non direttamente osservabili o comprensibili dall’esterno.
Negare la connessione tra tali sintomi e una possibile spiegazione organica porta la persona a non sentirsi compresa e creduta o, peggio, a sentirsi giudicata negativamente nella manifestazione del proprio dolore.
Questo, d’altronde, è ciò che in molti rimandano a chi vive problemi ipocondriaci: un’immagine di Sé come “malato immaginario”, che agisce internamente portando ad auto-svalutarsi.
Come tale, il mio primo compito come Psicologo che si occupa di Ipocondria consiste proprio del dare nuovamente valore alle razioni alla base della sofferenza che la persona sta vivendo.
Tale operazione è compiuta cercando di comprendere nel dettaglio la natura di tale sofferenza, senza escludere a priori che tale disagio possa avere anche una causa medica non ancora riconosciuta.
Quello che si scopre a un’analisi più attenta, infatti, è che sensazioni e dolori fisici “inspiegati” non sono l’unica causa della sofferenza lamentata dalla persona.
Al contrario, una quota significativa di disagio si spiega comprendendo il significato psicologico che ha per la persona la presenza di tali sintomi fisici o l’eventualità di avere una specifica malattia.
Alcune persone, ad esempio, temono la malattia per via di come ne immaginano il decorso.
Si prospettano una degenza ospedaliera prolungata stando immobilizzati a letto e senza alcuna possibilità di reagire a un dolore incessante senza alcuna possibilità di fuga.
Altre, invece, temono che l’insorgere di una malattia possa portarli a vivere un tale stato di fragilità da perdere per sempre la propria autonomia, vedendosi così costretti ad appoggiarsi agli altri.
Altre, ancora, temono malattie mortali in quanto sentono di non aver ancora realizzato in vita tutti i loro progetti, o in quanto temono che la propria morte possa recare un enorme dolore una persona cara.
Nel complesso, l’emergere di questo disagio motiva la persona a compiere specifici comportamenti “protettivi”, al fine di limitare i rischi e le conseguenze temute.
L’intervento che propongo è in linea con la prospettiva della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e mira a comprendere e modificare gli aspetti psicologici e comportamentali alla base del disagio ipocondriaco.
Se fossi interessato a intraprendere un percorso con me, puoi farlo di persona nel mio studio a Verona o Cagliari (prossima apertura), oppure online in tutta Italia.










