DIPENDENZA AFFETTIVA:
COME FUNZIONA E PERCHÉ RESTI BLOCCATO NELLE RELAZIONI
INDICE PAGINA
INTRODUZIONE
Federica non ha occhi che per Filippo, considerato come copia esatta del suo prototipo di uomo “ideale”.
Il ragazzo, dal canto suo, contraccambia l’affetto della compagna, ma non quanto la stessa vorrebbe per sentirsi sicura dei suoi sentimenti e di non venire rimpiazzata dalla prima che passa.
La gelosia ossessiva che Federica prova verso Filippo la porta a confrontarsi ansiosamente con tutte le ragazze con cui il giovane si rapporta, arrivando spesso a liti e conflitti che minano la stabilità di coppia.
Giovanna è sposata, ma intrattiene da tempo una relazione extra-coniugale con un uomo tanto affascinante e attraente, quanto, a suo dire, “narcisista” e “manipolatore”.
Ciononostante, non riesce a prenderne le distanze o forse, più semplicemente, non vuole ancora farlo del tutto.
La cosa la manda terribilmente in confusione, facendola sentire arrabbiata con se stessa, sbagliata e insicura di sé, come pure in colpa nei confronti del marito e dei figli, all’oscuro di tutta la vicenda.
Fabrizio si è stato lasciato tempo fa dalla compagna, ciononostante continua a rimanere legato a lei come se il rapporto tra i due non fosse mai terminato.
Non riesce a capacitarsi dei motivi che hanno portato alla fine del loro rapporto, ritornando di frequente a pensarci e confrontando di continuo le donne con cui inizia una conoscenza con la sua ex.
Oggi è impegnato in una nuova relazione, che, se da un lato lo fa sentire “tranquillo”, dall’altro non gli permette di sentire quel “travolgimento” che invece sentiva tempo addietro nella precedente relazione.
Queste tre storie sembrano diverse, eppure nascono tutte dallo stesso meccanismo.
Un meccanismo che ha a che fare con il modo in cui si sviluppa — e a volte si blocca — un legame affettivo.
Se ti stai chiedendo cosa fare per uscire da dinamiche di questo tipo, puoi approfondire su “come uscire dalla dipendenza affettiva” per iniziare a lavorare subito sui bisogni che le sostengono.
Se invece preferisci prima comprendere meglio come funziona la dipendenza affettiva, in questo articolo ti proporrò un modo più semplice e chiaro per leggerla.
COME INTENDERE LA DIPENDENZA AFFETTIVA
Durante la mia pratica professionale, ho spesso notato che le persone che soffrono di dipendenza affettiva presentano dinamiche psicologiche molto differenti tra loro.
A tal punto da rendere difficile offrire una spiegazione generale che le faccia sentire davvero rispecchiate nei loro bisogni più profondi.
Molti dei modelli esistenti aiutano a descrivere singoli aspetti della dipendenza affettiva, come la paura dell’abbandono, la bassa autostima o il bisogno di approvazione.
Tuttavia, queste spiegazioni spesso non bastano nella pratica clinica per rendere davvero comprensibile a chi soffre di dipendenza affettiva il motivo per cui si sta vivendo tutto questo.
È mia comune esperienza il vedere come persone dipendenti passino dal bramare ardentemente la persona verso cui sono dipendenti, al non riuscire a fidarsi dopo averla conquistata, al perdere inspiegabilmente interesse nei suoi confronti senza riuscire a lasciarsi, per poi innamorandosi di un’altra persona con cui rimmergersi nel ciclo della dipendenza.
Per questo motivo ho trovato utile nel tempo usare un modo diverso e più semplice per leggere questo problema.
Questo nuovo modo d’intendere la dipendenza affettiva enfatizza l’idea di fondo che la dipendenza sia di per sé un “blocco” del “normale” processo di sviluppo del rapporto affettivo in età adulta.
Per essere più chiari, per “normale” processo di sviluppo del rapporto affettivo mi riferisco al susseguirsi delle fasi ipotizzate dagli studiosi che si rifanno a un approccio etologico-evoluzionista, ossia:
- Fase dell’attrazione e del corteggiamento
- Fase dell’innamoramento passionale
- Fase dell’amore romantico
- Fase dell’attaccamento post-romantico
Ho trattato in un e-Book questo tema, che puoi consultare gratuitamente in questo sito cliccando qui.
Diversamente, il “blocco” a cui mi riferisco vuole intendere il mancato approdo all’esito finale di questo processo: l’attaccamento post-romantico.
In questo senso, ritengo che la dipendenza affettiva possa essere letta come un rimanere bloccati in una o più di queste fasi.
Quando il rapporto si blocca, la sofferenza che si prova è spesso simile a quella provocata da una perdita affettiva.
In breve, un alternarsi di speranza, ricerca, disperazione e difficoltà ad accettare ciò che è accaduto.
Nel portale MediciItalia.it ho già parlato del modello proposto dalle scienze psicologiche per spiegare il processo che caratterizza la perdita affettiva e ti rimando a quell’articolo se fossi interessato al tema.
Sulla base di questo modello, ritengo sia possibile definire un quarto e ultimo blocco che riguarda ciò che accade dopo una perdita affettiva.
Ossia, un blocco nella fase di riorganizzazione della propria personalità attorno a modalità psicologiche difensive che insorgono per non sentire il dolore della perdita, ma che allo stesso tempo rendono difficile costruire un nuovo legame affettivo stabile.
Nel complesso, possiamo così distinguere quattro blocchi che caratterizzano la dipendenza affettiva:
- blocco nella fase dell’attrazione e del corteggiamento;
- blocco nella fase dell’innamoramento passionale;
- blocco nella fase dell’amore romantico;
- blocco nella fase da riorganizzazione da distacco affettivo.
Comprendere in quale fase ci si trova è il primo passo.
Se non sei sicuro di quale di questi blocchi descrive meglio ciò che stai vivendo, puoi leggere l'articolo dedicato a come capire se si soffre di dipendenza affettiva, dove approfondisco i principali segnali della dipendenza affettiva e propongo un test di screening per orientarti meglio nella comprensione della tua situazione.
Il lavoro terapeutico, invece, consiste nel riconoscere i bisogni che mantengono questi blocchi e imparare a gestirli in modo diverso, a seconda del momento della relazione in cui ci si trova.
Se vuoi approfondire come avviene questo lavoro e quali sono gli strumenti per uscire dalla dipendenza affettiva, puoi leggere “Come uscire dalla dipendenza affettiva“.
Tra tutti i blocchi descritti, quello dell’attrazione e del corteggiamento è probabilmente il più comune nelle persone che si domandano:
«Perché mi innamoro di chi non mi vuole?».
Se desideri approfondire le principali dinamiche psicologiche che possono portare a sviluppare una dipendenza affettiva in questa fase del rapporto, puoi leggere l’articolo dedicato al perché ci si innamora di chi non ci vuole.
BLOCCO NELLA FASE DELL’ATTRAZIONE E DEL CORTEGGIAMENTO
Da qualche tempo Manuela si è infatuata di Luciano, uomo che, nonostante un primo avvicinamento amoroso in stile “love bombing”, si è da lei progressivamente distaccato.
L’interesse di Manuela nei confronti di Luciano è cresciuto proprio quando lui si è allontanato, negandole la possibilità di conoscerlo e farsi conoscere così come la donna avrebbe desiderato.
Manuela pensa continuamente a Luciano, non riuscendo a immaginarsi una vita senza di lui, aspetto che la porta a provare ad attirare la sua attenzione nei modi più diversi:
- cambiando la propria estetica (ad es., taglio di capelli), la foto profilo sui social, o il proprio atteggiamento (ad es., facendosi più morbida o più decisa);
- postando foto o stories per punire, impietosire, far sentire in colpa o ingelosire;
- affermando di voler rimanere solo amici (talvolta convincendosi di poterlo fare) senza poi realmente volerlo o riuscirci;
- interagendo con lui mettendo like o commenti alle sue foto e post o scrivendogli sui social per sentirsi o vedersi, etc.
Una simile ricerca di attenzione è talvolta accentuata dall’atteggiamento ambiguo della persona desiderata, che a tratti rifiuta i corteggiamenti, e a tratti invece li asseconda.
Talvolta non è semplice comprendere se sia nell’intenzione di persone come Luciano mantenere viva l’attrazione altrui dosando, in modo manipolativo, avvicinamento e allontanamento.
Se ti riconosci in questa situazione potresti aver sperimentato anche tu la difficoltà a “lasciare andare” qualcuno, pur accorgendoti che la cosa non ti sta facendo stare bene.
Ciò che caratterizza questo blocco è proprio l’incapacità di distaccarsi dalla persona desiderata.
Perché non si riesce a “lasciar andare” chi si ama?
Tra le ragioni che le persone riferiscono vi è spesso il bisogno di allontanare un senso opprimente di ansia e di panico, di noia e vuoto interiore, di inadeguatezza e inutilità che spingono a questa ricerca dell’altro.
La conquista dell’altro viene vissuta come una forma di sollievo da quell’esperienza interna del non sentirsi mai abbastanza.
In apparenza, chi si trova in questa dinamica sembra cercare l’altro per ottenere una conferma del proprio valore personale.
Dietro questo bisogno di essere stimati e apprezzati, tuttavia, si nasconde spesso anche un altro bisogno..
Il bisogno di sentirsi accolti, protetti e sostenuti nei momenti di fragilità.
Il bisogno, cioè, di potersi appoggiare a qualcuno quando ci si sente soli, vulnerabili o senza energie.
Parlare di dipendenza affettiva significa quindi fare riferimento a una difficoltà nel gestire autonomamente, oltre che i propri bisogni di stima e riconoscimento, anche questo “bisogno affettivo” noto nella letteratura scientifica come “bisogno di attaccamento”.
Spesso chi vive queste dinamiche non ha sperimentato, nel corso della propria crescita, un accudimento sufficientemente stabile e coerente.
Le risposte ambivalenti di una figura di riferimento possono così aver reso più sensibili sia alle sensazioni angoscianti del vuoto affettivo, sia alle sensazioni di non meritare le attenzioni che servirebbero per non vivere quel vuoto affettivo.
Perché, altrimenti, una persona da cui dipendevamo avrebbe dovuto negarci ciò di cui avevamo così bisogno?
Da qui nasce il bisogno di rivolgersi a persone che si comportano in modo ambiguo, nel tentativo di trasformare finalmente quel rifiuto in riconoscimento, da un lato, e di colmare una volta per tutte quel vuoto affettivo.
In altre parole, si cerca di sanare nel presente una duplice ferita emotiva del passato: quella del non sentirsi abbastanza degni di essere amati (bisogno di stima) e quella di non sentirsi amati (bisogno di attaccamento).
La dipendenza affettiva si manifesta così in un doppio bisogno:
- il bisogno di qualcuno che ci sostenga nei momenti di difficoltà
- il bisogno di dimostrare a qualcuno il proprio valore
Questo spiega anche la difficoltà, e spesso la resistenza, nel diventare più autonomi nella gestione dei propri bisogni affettivi.
Farlo verrebbe infatti letto come una conferma della propria inadeguatezza nel poter ricevere questo accudimento da chi lo si vorrebbe.
La sofferenza che si vive in questo blocco è simile, per certi aspetti, a quella di chi affronta un lutto e continua a sperare che ciò che è perduto possa tornare.
Tuttavia, mentre nel “lutto sano” si arriva gradualmente ad accettare la perdita, in questa dinamica di “lutto problematico” il processo rimane bloccato, portandoci a vivere come uno stato depressivo.
La persona resta così legata a colui o colei che desidera per soddisfare il proprio bisogno di conquista, anche quando l’altro si allontana.
Se ti riconosci in questa dinamica e ti stai chiedendo perché continui a desiderare persone che non ricambiano come vorresti, può esserti utile leggere l’articolo dedicato al “Perché mi innamoro di chi non mi vuole?“, in cui approfondisco nel dettaglio questo blocco della dipendenza affettiva.
Ma cosa accade invece quando, finalmente, l’altra persona cede e il legame si crea davvero?
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BLOCCO NELLA FASE DELL’INNAMORAMENTO PASSIONALE
A Federica non sembra vero che Filippo stia realmente con lei.
Lui, ragazzo perfetto; lei, ragazza nella media o forse meno.
Almeno secondo Federica.
Ciononostante, a volte i sogni si avverano.
Ma il trovare un principe azzurro non sempre porta a vivere felici e contenti.
Federica, infatti, è terrorizzata che Filippo possa come d’un tratto accorgersi che lei non sia in realtà un granché, e magari lasciarsi sedurre da una delle tante ragazze che gli girano attorno.
D’altronde, data la bassa considerazione che ha di sé, la ragazza ritiene che per Filippo non sarebbe difficile trovarne una più bella, più interessante o più intelligente di lei.
Per questo vive una gelosia e rabbia intense e difficile da gestire, arrivando a frequenti scontri e litigi ogni volta che si trova di fronte a situazioni come:
- una ragazza che si approccia al suo compagno;
- episodi del passato che le sono stati nascosti;
- interazioni sui social poco chiare;
- contesti sociali in cui lui potrebbe incontrare altre persone;
- uscite con amici che potrebbero esporlo a “tentazioni”;
- nuove conoscenze femminili, soprattutto se percepite come “migliori” di lei.
Chiaramente, l’intensa gelosia può essere influenzata anche dal comportamento del partner, specie se poco trasparente o incoerente.
Allo stesso tempo, non è sempre semplice capire quanto ciò che si prova dipenda dall’altro o dalle proprie paure.
In questo caso, il blocco non riguarda il creare il legame, ma il riuscire a fidarsi di esso.
Senza fiducia diventa infatti difficile sviluppare quell’intimità che permetterebbe di mostrarsi per come si è davvero.
Ti propongo alcune possibili spiegazioni, che spesso si intrecciano tra loro.
Una prima possibilità è che la persona si ritrovi, spesso senza esserne consapevole, a mantenere un certo livello di tensione nella relazione.
Attraverso litigi, continue richieste di rassicurazione, scenate di gelosia o minacce di allontanamento, può crearsi una dinamica in cui il partner viene costantemente chiamato a dimostrare il proprio coinvolgimento.
Allentare questa tensione, infatti, può far emergere un’angoscia profonda: quella che, una volta venuta meno la spinta iniziale, l’altro possa perdere interesse, tradire o andarsene.
In questo senso, mantenere questa conflittualità nella relazione diventa un modo inconsapevole per cercare sicurezza, anche se paradossalmente produce instabilità.

Una seconda possibile dinamica riguarda l’alternanza tra idealizzazione e sfiducia.
All’inizio della relazione, il partner può essere vissuto come speciale, unico, quasi indispensabile.
Questa idealizzazione ha una funzione naturale: quella di favorire la costruzione del legame.
È esattamente questo che spinge ad avvicinarsi, a investire, a creare connessione.
Tuttavia, questa stessa vicinanza può attivare, a un livello più profondo, sensazioni di minaccia legate a esperienze relazionali vissute in passato come dolorose o destabilizzanti.
Quando questo accade, l’interesse può trasformarsi rapidamente in diffidenza o sospetto, fino a portare a svalutare l’altro o a volerne prendere le distanze.
Si crea così un movimento alternato:
- da un lato il bisogno di vicinanza, conferma e rassicurazione;
- dall’altro la paura di essere feriti, traditi o controllati.
Due spinte opposte che hanno però la stessa origine: il bisogno di sentirsi al sicuro nella relazione.

Questa oscillazione tra vicinanza e distanza può rendere difficile costruire un legame stabile, mantenendo la relazione in uno stato di continua attivazione emotiva.
In alcuni casi, questa dinamica è riconducibile a esperienze relazionali precoci caratterizzate da incoerenza, critica o imprevedibilità, che possono aver reso difficile sviluppare un senso stabile di sicurezza nelle relazioni.
In altre situazioni, invece, la sfiducia non si dirige tanto verso l’altro, quanto verso se stessi.
Ci si sente sbagliati e si finisce per credere che il partner abbia ragione.
Il partner viene idealizzato, mentre la propria posizione nel rapporto è vissuta come fragile e precaria.
Da qui possono emergere comportamenti compiacenti, seduttivi o eccessivamente orientati a mantenere l’altro vicino, nel tentativo di non perdere la relazione.
In questo blocco, quindi, ciò che impedisce al rapporto di evolvere non è la mancanza di coinvolgimento, ma la difficoltà a costruire una fiducia sufficientemente stabile da sostenere l’intimità.
Cosa accade, dunque, quando la fiducia inizia a costruirsi?
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BLOCCO NELLA FASE DELL’AMORE ROMATICO
Giovanna è sposata, ma intrattiene da tempo una relazione extra‑coniugale con un uomo anch’egli sposato, Andrea, a suo dire “narcisista”, “seduttore” e “manipolatore”.
Non sa perché ne è così attratta, soprattutto da un punto di vista fisico e sessuale.
Forse per via del suo fascino e della sua popolarità, o del suo riuscire a destreggiarsi elegantemente con le donne e nei rapporti sociali, arrivando spesso a risultare al centro dell’attenzione.
Caratteristiche che fanno sentire Giovanna di valore per essere oggetto dei suoi desideri, oltre che migliore delle altre donne che vorrebbero stare con lui, ma che non sono state da lui scelte.
Peccato, tuttavia, che questo suo interesse sia primariamente di natura sessuale e non affettivo, come invece la donna vorrebbe, cosa che in certi momenti la fa soffrire profondamente.
Andrea, infatti, benché all’inizio della loro conoscenza le avesse fatto intendere di volersi lasciare dalla moglie, non le ha mai dato prova di volerlo realmente fare.
Per questo Giovanna vorrebbe prendere da lui le distanze, ma l’idea che un’altra donna possa prendere il suo posto la porta a tornare sui suoi passi.
Inoltre, la speranza di riuscire a conquistarlo una volta per tutte la porta a rimanere lì, come in attesa che Andrea scelga lei come sua partner affettiva stabile, oltre che sessuale.
Certo, Giovanna sa che, donnaiolo e bugiardo com’è, non potrebbe fidarsi di lui, ma la prospettiva di averlo tutto per sé, senza doverlo spartire con la moglie, non le dispiacerebbe.
D’altro canto, se nei bisogni della donna vi fosse soltanto quello di avere accanto un compagno stabile e affidabile, riuscirebbe probabilmente a farsi bastare Massimo, l’attuale marito.
Uomo mite, riservato, poco intraprendente e restio ai cambiamenti, da cui Giovanna si sente capita e accudita solo a tratti, vivendo il resto del tempo con una sensazione di frustrazione, spegnimento e mancanza di vitalità.
Diversamente, costruire con Andrea un rapporto alla “luce del sole” significherebbe anche poter godere della luce riflessa legata alla sua visibilità sociale.
Cosa che la farebbe sentire finalmente una donna ammirabile, oltre che invidiata dalle altre con cui continua a confrontarsi.
Vero è, tuttavia, che la cattiveria e, a tratti, la “perfidia” che Giovanna percepisce in Andrea le suscitano dubbi sulla sua stabilità e sull’eventuale rapporto che potrebbero costruire.
Forse è anche per questo che Giovanna non si è mai realmente separata dal marito che, seppur percepito come noioso e inerte, le consente di sentirsi al sicuro e, soprattutto, di non rimanere sola.
Come Giovanna, molte persone che rimangono bloccate in questa fase si ritrovano, loro malgrado, in una dipendenza affettiva che coinvolge più partner da cui non riescono a prendere le distanze.
La dipendenza, in questo caso, è presente sia verso il partner primario, capace di soddisfare bisogni di cura e protezione, sia verso il partner secondario, con cui si appagano bisogni legati alla passione, all’attrazione erotica e al valore personale.
Spesso il partner primario è proprio la persona che, nelle fasi precedenti, non si riusciva a conquistare e verso cui, una volta conquistato, non si è poi riusciti a fidarsi pienamente.
In questa fase, pertanto, è comune assistere alla ricerca di nuovi partner con cui ripercorrere dinamiche già vissute, nel tentativo di “uscire“ dalla relazione attuale in modo indiretto.
Chiaramente, la ricerca di amanti non è un prerequisito di questo blocco.
Qui il blocco riguarda la difficoltà a integrare stabilità e desiderio nella stessa relazione.
In pratica, questo si traduce nella difficoltà a prendere le distanze da una relazione quando non si prova più un particolare coinvolgimento.
Perché ci si vorrebbe lasciare e perché non si riesce a farlo?

Una possibile spiegazione riguarda la difficoltà nel tollerare la frustrazione e nel gestire la noia e gli stati emotivi che emergono una volta soddisfatti i bisogni di accudimento e sicurezza.
- la passione erotica
- il senso di conquista
- il sollievo legato al non aver perso l’altro
La relazione può dunque diventare più stabile, ma anche più prevedibile e, talvolta, percepita come “spenta”.
Questo spiega il desiderio di interrompere il rapporto.
Per comprendere questo punto è necessario considerare la difficoltà nel gestire autonomamente l’angoscia della separazione e della solitudine.
Lasciare il partner significherebbe infatti trovarsi esposti a stati emotivi difficili da sostenere, legati al sentirsi soli, vulnerabili o privi di supporto.
Per definizione, stati prolungati di solitudine attivano in tutti gli esseri umani il bisogno di essere accuditi e confortati.
E quando questo bisogno non è stato adeguatamente soddisfatto nel corso dello sviluppo, può risultare particolarmente difficile farvi fronte in modo autonomo in età adulta.
Talvolta questo disagio non viene riconosciuto come difficoltà a stare soli con se stessi, ma viene trasformato in un’altra forma, più accettabile: il senso di colpa nel far soffrire il partner.
In altre parole, invece di entrare in contatto con la propria angoscia di rimanere soli, si teme il dolore che l’altro proverebbe venendo lasciato.
Nel loro insieme, queste difficoltà possono portare alla ricerca di relazioni parallele per soddisfare bisogni che nel rapporto principale non trovano spazio.
Partner come Andrea possono rappresentare esempi di relazioni orientate a soddisfare bisogni diversi da quelli di accudimento e protezione, già parzialmente appagati nel rapporto primario.
Da qui deriva il motivo per cui spesso queste relazioni non offrono abbastanza sicurezza da permettere una reale separazione dal partner principale.
- dal partner primario, per la sicurezza
- dal partner secondario, per altri bisogni relazionali
Possono essere presenti anche dinamiche più complesse, legate a esperienze relazionali traumatiche, che portano allo sviluppo di un attaccamento disorganizzato.
- si ricerchino partner con caratteristiche simili a figure relazionali problematiche del passato
- si mantengano parallelamente relazioni più stabili per contenere il turbamento emotivo prodotto da tali legami
Detto diversamente, il partner primario può avere la funzione di contenere uno stato emotivo difficile da gestire.
Diversamente, il partner secondario verrebbe ricercato per allontanare da sé un senso di vuoto interno particolarmente intenso, spesso vissuto come noia o apparente disinnamoramento.
È proprio in questi casi che lavorare su questi bisogni in modo più diretto diventa fondamentale per uscire dalla dipendenza affettiva.
Ma cosa accade quando questo equilibrio si rompe, ad esempio a seguito di un tradimento o di una perdita?
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BLOCCO NELLA FASE DI RIORGANIZZAZIONE DA DISTACCO AFFETTIVO
Fabrizio è stanco di ripensare sempre alla sua ex.
Da quando si è lasciato, infatti, non fa che pensare a lei: a come si sono lasciati, a ciò che ha detto e non avrebbe dovuto dire, a ciò che avrebbe potuto fare e non ha fatto, e così via.
Prova a distrarsi, a uscire, a dedicarsi al lavoro, ma niente.
Prima o poi il pensiero ritorna sempre lì.
Certo, non come i primi mesi, quando il rimuginio ossessivo era così presente da rendergli difficile persino dormire la notte.
Lui, ragazzo forte e in apparenza inscalfibile, ora ridotto come a un “colabrodo”.
Fabrizio non si riconosce più.
Non gli piace sentirsi così dipendente da questa ragazza, ma al tempo stesso non riesce a dimenticarla.
Vorrebbe piangere, perché sa che gli farebbe bene, ma non ci riesce.
Vorrebbe persino arrabbiarsi con lei, ma il senso di colpa e il rammarico per averla persa prendono presto il sopravvento, lasciandolo solo con i suoi pensieri nostalgici.
Non ha voluto cancellare il suo numero, né eliminarla dai social, come molti gli avevano suggerito.
Forse per orgoglio, forse perché lo considerava una cosa da bambini, o forse per altro.
Fatto sta che, ancora oggi, in più di un’occasione si scopre a guardare il suo profilo, le storie che pubblica, i like che mette, etc.
Le ricorrenze sono i momenti peggiori: è lì che riaffiora quella speranza, mai dichiarata neanche a se stesso, che lei possa scrivergli un augurio o anche solo un semplice “Hei, come va?”.
Dal canto suo ha anche provato ad andare avanti, iniziando una frequentazione con un’altra ragazza.
Carina, dolce, ma in quanto a trascinamento emotivo e passione, niente a che vedere con la sua ex.
Lei lo rianimava con la sua vitalità, la sua espansività, le sue emozioni intense e improvvise.
Lo faceva sentire vivo, come forse non si era mai sentito.
Eppure, inizialmente era lei a cercarlo, a voler stare con lui, a essere gelosa (anzi, gelosissima), cosa che a Fabrizio, in fondo, non dispiaceva.
E ora?
Dov’è finito tutto questo?
Nel giro di poco tempo lei è cambiata: diceva per sbalzi ormonali, per le sue “turbe ipocondriache“, poi per lo stress del lavoro, e poi è venuta la richiesta di una pausa e infine il lasciarsi.
Ma perché non riusciamo a lasciare andare chi non ci vuole più?
Se ti è capitato di vivere una situazione simile, è possibile che, nel corso della tua vita, la tua personalità possa essersi organizzata in modo tale da reggere nel migliore dei modi il peso di precedenti perdite affettive.
Ci sono persone che, già dall’infanzia, hanno dovuto mettere da parte i propri bisogni affettivi per andare avanti, non avendo ricevuto risposte adeguate dalle figure di riferimento.
Non è una scelta consapevole: è qualcosa che può avvenire nel tentativo di continuare a vivere senza essere sopraffatti dal dolore.
Questo è tanto più probabile quanto più intensa è stata la sofferenza e quanto minori sono state le risorse per affrontarla.
Quando questo accade precocemente, la personalità può così “riorganizzarsi” sviluppando modalità che servono a evitare o compensare quella mancanza.
Nel caso di Fabrizio, ad esempio, questo si esprime nello sforzo di essere sempre autonomo, di non dipendere da nessuno, di non chiedere aiuto e di fare tutto da solo.
Eppure, è proprio questo suo tentativo inconsapevole di non sentire il bisogno dell’altro a renderlo, paradossalmente, più vulnerabile alla perdita e alle dipendenze in generale, compresa quella affettiva.
Un altro esempio può essere il bisogno narcisistico di compensare alcune mancanze affettive ricercando ammirazione e apprezzamento dagli altri, come nel caso di Andrea citato in precedenza.
In questo caso, la dipendenza affettiva da coloro che offrono ammirazione e apprezzamento può manifestarsi nella difficoltà a mantenere una percezione stabile del proprio valore senza il rimando dell’altro.
Questo, tuttavia, non avrebbe alla base una reale mancanza di fiducia nel proprio valore, quanto piuttosto una difficoltà nel tollerare la solitudine e il senso di vuoto che si può sperimentare quando non ci si sente al centro dell’attenzione.
La difficoltà ad accettare una perdita può allora emergere nel momento in cui non si riesce a trovare una persona sostitutiva capace di offrire un livello analogo di ammirazione e riconoscimento.
Altro discorso merita lo strutturarsi di una personalità “crocerossina”, ossia eccessivamente orientata a prendersi cura dell’altro nella speranza, spesso inconsapevole, di ricevere affetto o evitare di perderlo.
Simili dinamiche sono tipiche di chi cerca di compensare le proprie mancanze affettive provando a soddisfare i bisogni affettivi altrui, trovando una forma di gratificazione interna nel fare stare bene l’altro e nel ricevere la sua gratitudine.
Quando la personalità si struttura in questo modo, la dipendenza affettiva può svilupparsi nei confronti di chi non si vuole “abbandonare” al proprio dolore emotivo, dopo averlo colto e accolto empaticamente.
Il non riuscire ad accettare la perdita, in questo caso, si esprime attraverso la percezione dentro di sé di quello stesso dolore che si immagina essere presente nell’altro.
Sentimento che non si riesce a gestire autonomamente, se non attraverso il tentativo di aiutare chi si percepisce come portatore di quel dolore.
Ed è proprio questo legame empatico, vissuto come responsabilità emotiva verso l’altro, a rendere ancora più difficile separarsi e a favorire l’instaurarsi di una dipendenza affettiva.
Esistono molti altri modi in cui la personalità può strutturarsi.
Queste modalità possono variare molto da persona a persona, ma hanno tutte un punto in comune: possono rendere più difficile affrontare le perdite affettive, aumentando il rischio di rimanere bloccati.
In questo senso, il problema non è solo lasciare l’altro, ma riuscire a riorganizzarsi in modo sano e stabile senza di questo.
CONCLUSIONI
Se ti sei riconosciuto in uno di questi passaggi, è probabile che tu non stia vivendo “semplicemente” una relazione difficile.
Potresti trovarti all’interno di un punto preciso del tuo modo di vivere il legame affettivo, che tende a ripetersi nel tempo.
Comprendere in quale fase ti trovi non serve solo a “darti una spiegazione”, ma può essere il primo passo per uscire da dinamiche da cui, da soli, è difficile interrompere.
Se senti che ciò che hai letto rispecchia quello che stai vivendo, puoi scrivermi.
APPROFONDIMENTI CONSIGLIATI
Se ti sei riconosciuto in uno dei blocchi descritti in questo articolo e desideri comprendere meglio come si manifesta la dipendenza affettiva nella tua situazione specifica, potrebbero esserti utili i seguenti approfondimenti.
Un approfondimento dedicato ai principali segnali della dipendenza affettiva, ai meccanismi psicologici che la caratterizzano e alle modalità attraverso cui è possibile riconoscerla.
È presente anche un test di screening gratuito.
Un approfondimento dedicato alle principali dinamiche che possono portare a sviluppare un forte coinvolgimento verso partner emotivamente indisponibili o difficili da conquistare.
Un approfondimento dedicato ai motivi che possono rendere difficile interrompere una relazione anche quando ci si rende conto che sta causando sofferenza.
Un approfondimento dedicato alle principali cause della sfiducia nella relazione, alla paura dell’abbandono e alle dinamiche di attaccamento che possono alimentare gelosia, bisogno di rassicurazioni e difficoltà a fidarsi.
Una panoramica sui principali obiettivi terapeutici e sulle modalità strategiche con cui è possibile lavorare sui bisogni affettivi che mantengono la dipendenza affettiva.

















