
ATTACCHI DI PANICO
Qualche mese fa Margherita era al supermercato e ha sentito il cuore battere così forte da sembrarle di stare per avere un infarto lì sul posto.
Tempestivamente si è fatta accompagnare da alcuni familiari in pronto soccorso dove, dopo alcuni accertamenti, non hanno riscontrato alcun problema di natura medica.
Fortunatamente non le è accaduto niente, ma lo spavento è stato grande, anche perché non le era mai successo prima.
Ora si sente meglio, ma i primi giorni ha vissuto con la costante preoccupazione di rivivere un episodio analogo ritornando allo stesso supermercato o in altri contesti.
Anche Claudia ha vissuto qualcosa di simile, sperimentando l’orribile sensazione di stare soffocando nel mentre che guidava in autostrada, al punto da essersi sentita costretta a fermarsi sul ciglio della strada.
Oggi, per non rivivere un qualcosa di simile, ha smesso di guidare in autostrada e, in generale, in strade molto trafficate.
Purtroppo questo le sta creando diversi disagi e afferma che la qualità della sua vita ne sta sensibilmente risentendo.
Anche con gli accorgimenti presi, quali il tenere nella borsetta un farmaco ansiolitico da assumere all’occorrenza, afferma che l’ansia di rivivere tale esperienza sta sempre più limitando la sua vita.
Luca invece ha smesso di fumare canne da quella volta in cui ha avuto la sensazione di stare perdendo il controllo e impazzire dopo aver fumato della cannabis e bevuto alcolici con alcuni amici.
Nelle due settimane successive a questo evento è rimasto molto scosso per l’accaduto, al punto da aver smesso di fumare cannabis per qualche mese, salvo poi riprovarci e avere ancora una volta un disagio simile.
Da oltre un anno non fuma più, anche se si mostra particolarmente preoccupato al pensiero di risperimentare quelle angoscianti sensazioni riprovando a fumare.
Cosa hanno in comune le situazioni appena descritte?
Tutti hanno sperimentato ciò che prende il nome di “attacco di panico“, “episodio di panico” o più semplicemente “panico“, ossia una reazione emotiva che, specifichiamolo fin da subito, è normale e non patologica.
Solo una persona tra loro, tuttavia, sembra aver sviluppato a seguito di questo evento un Disturbo di panico vero e proprio.
Che cos’è un Disturbo di panico?
Che differenza c’è tra un attacco di panico e un Disturbo di panico?
Chi tra Margherita, Claudia e Luca soffre di un Disturbo di Panico?
Come si tratta il panico e il Disturbo di panico?
Scopriamolo assieme.
COSA SONO GLI ATTACCHI DI PANICO
Nella 5° edizione rivisitata del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5TR) si parla di attacco di panico in questi termini:
«[…] paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano quattro (o più) dei seguenti sintomi:
- Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
- Sudorazione
- Tremori
- Dispnea o sensazione di soffocamento
- Sensazione di asfissia
- Dolore o fastidio al petto
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazione di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
- Brividi o vampate di calore
- Parestesie (sensazione di torpore o formicolio)
- Rerealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
- Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
- Paura di morire»
Tale definizione racchiude in sé diverse informazioni sul panico di chiara importanza per chi sta vivendo o ha vissuto questa esperienza.
Punto 1. Il panico è un’emozione. Non un’emozione qualsiasi, ma specifica e ben descrivibile: l’emozione di paura, portata ai suoi massimi livelli di intensità.
Come tutte le emozioni, anche il panico può essere descritto nei tre aspetti che la psicologica scientifica utilizza per analizzare le normali reazioni emotive: quello fisiologico, psicologico e comportamentale.
ASPETTO FISIOLOGICO
A un livello fisiologico l’attacco di panico si manifesta con un’intensa attivazione del corpo.
Aumenta la velocità la pressione nelle arterie, la frequenza del respiro, la velocità del battito cardiaco, lo stato di contrazione dei muscoli, la sudorazione e così via.
Margherita, ad esempio, ha percepito qualcosa di simile al supermercato, sentendo d’improvviso il cuore andare a mille all’ora.
Anche Claudia ha fatto un’esperienza simile, sentendo da un momento all’altro la respirazione più difficoltosa e andando in affanno.
Tali cambiamenti non sono causali, ma rispondono al bisogno del corpo di avere a disposizione l’energia necessaria per fronteggiare la minaccia che è stata preventivata spontaneamente dalla mente.
Ad esempio:
- la velocità del battito del cuore aumenta per permettere al sangue di spostarsi dagli organi ai muscoli, comportando un blocco nella digestione e fastidi gastrointestinali;
- l respiro segue questo processo, aumentato la sua frequenza per garantire ai muscoli l’ossigeno di cui hanno bisogno;
- la sudorazione aumenta per raffreddare questo “motore interno”, attivatosi rapidamente per sostenere l’attacco o la fuga dalla minaccia.
ASPETTO PSICOLOGICO
A un livello psicologico l’attacco di panico si manifesta invece con pensieri particolarmente negativi sulle nostre condizioni di salute.
Comune, ad esempio, è il credere di stare per morire, impazzire o perdere il controllo di se stessi.
Sono pensieri particolarmente negativi che, secondo ipotesi contemporanee, spiegano il motivo per il quale si arrivi a vivere il panico.
Nel dettaglio, ad oggi si pensa che interpretare in modo catastrofico normali (seppur insolite) sensazioni corporee possa portarci a vivere un’intensa paura.
E tanto più si arriverebbe erroneamente a pensare che simili sensazioni corporee siano gravi e pericolose, in quanto indicative di un problema di salute (ad es., infarto) o di un problema mentale (ad es., perdita di controllo), quanto più sarebbe alto il rischio di vivere un attacco di panico.
Così come è capitato a Margherita nel supermercato, ad esempio, il percepire un casuale aumento del battito cardiaco può far pensare di stare avendo un infarto.
Oppure come Luca, la sensazione di ovattamento e di aumento della velocità del flusso spontaneo dei pensieri vissuta fumando cannabis può portare a credere di stare perdendo il controllo sulla propria mente;
Diversamente, percepire una respirazione più forzata e affannosa può portare a pensare di stare soffocando, proprio come accaduto a Claudia durante la guida.
Sono dunque pensieri come questi che, emergendo in poche frazioni di secondo, possono portarci a vivere un vero e proprio attacco di panico.

ASPETTO COMPORTAMENTALE
A un livello comportamentale, infine, il panico predispone a specifiche azioni difensive, quali il fuggire, il chiedere aiuto, l’attaccare o l’immobilizzarsi.
Chi si trova in uno stato di panico può avvertire, ad esempio, un forte bisogno di scappare rispetto a dove si sta trovando, al fine di mettersi quanto prima in salvo dal possibile pericolo.
Ad esempio, Claudia è subito uscita dal supermercato e ha chiesto aiuto a un parente affinché la portasse in ospedale per compiere gli opportuni accertamenti del caso.
Naturale sarà invece reagire aggressivamente alla minaccia nel caso in cui sarà impossibile la fuga.
Lo sa bene chi ha provato a contenere fisicamente una persona in balia di uno stato intenso di panico.
L’immobilizzazione, infine, quale ulteriore risorsa nel caso in cui né la prima, né seconda possibilità vengano considerate perseguibili, un po’ come fanno talvolta gli animali per sopravvivere.
Luca, ad esempio, è rimasto per qualche momento come congelato del terrore senza nome che stava vivendo.
Sentiva di non poter né andare via, né chiedere aiuto, in quanto temeva che questo avrebbe portato i suoi amici a pensare che stesse realmente impazzendo.
Nel loro insieme, tali comportamenti devono essere distinti da quelli che la persona solitamente mette in atto precedentemente (comportamenti di evitamento) o successivamente (comportamenti di contenimento) all’emergere del panico al fine rispettivo di prevenirne la comparsa o contenerne l’espressione.
Punto 2. Il panico emerge spesso senza che la persona riesca a spiegarsi il motivo per cui è sopraggiunto.
Non sempre la supposta minaccia che ha attivato questa emozione è chiaramente riconoscibile da parte di chi sta vivendo il panico.
Al contrario, più comuni sono i casi in cui la persona si trova spettatrice di un’attivazione del corpo “senza nome”, in quanto poco chiara e comprensibile.
Niente di particolarmente grave, a dire il vero, in quanto la nostra vita interiore è per lo più inconsapevole.
Ad esempio:
- il cuore si contrae per indirizzare il sangue verso le arterie senza che la nostra mente debba ricordarglielo tutte le volte;
- il respiro prosegue ininterrottamente senza che quasi ce ne si renda conto;
- i pensieri succedono continuamente nella nostra mente senza che sia necessario fermarsi a capire che cosa si sta pensando.
Vero è, tuttavia, che il non sapere cosa ci ha portato a vivere il panico può lasciarci in un costante stato di apprensione.
Ci preoccupa il non sapere che cosa ha causato questi vissuti corporei.
Questo stato di preoccupazione, noto ai più come “ansia”, tende tuttavia a ridursi ricevendo informazioni corrette e scientificamente fondate su questo fenomeno.
Ci rassicura, ad esempio, sapere che il fiato corto, i dolori al petto, i crampi allo stomaco, i tremori e le vampate di calore sono esperienze normali e dipendenti da come il corpo sta reagendo a un dato evento.
Questo infatti ci permette di non dare troppo peso a queste normali esperienze corporee, evitando di preoccuparcene inutilmente.
Delle volte, tuttavia, il timore di rivivere in futuro una simile esperienza è tale da impedirci di proseguire la nostra normale vita quotidiana.
Quando la possibilità di rivivere un attacco di panico compromette in modo così significativo la nostra vita è utile rivolgersi a uno psicologo.
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Punto 3. Il panico è un “attacco”, ossia una reazione circoscrivibile entro uno specifico arco temporale, solitamente di pochi minuti.
Per quanto si potrebbe credere il contrario, l’attacco di panico ha una durata breve.
Molto breve, in effetti.
Un conto infatti è parlare di panico, una reazione che, al pari delle altre emozioni, dura il tempo necessario per permettere al nostro corpo di attivare tutti i meccanismi sopra descritti.
Un altro invece è parlare di ansia da panico o disturbo di panico, ossia un disturbo d’ansia nel quale l’oggetto principale dell’ansia di cui si soffre è la preoccupazione di avere un nuovo attacco di panico.
Rispetto al panico, l’ansia ha solitamente una maggiore durata, ma anche una minore intensità emotiva.
Affermare che il panico è di breve durata ci consente di cogliere un aspetto molto spesso sottovalutato: per quanto spiacevole possa sembrare, il panico passa senza che sia necessario fare niente di particolare.
Per rispondere dunque a una delle domande che ci siamo posti a inizio articolo, ossia come curare il panico, potremmo così rispondere che il panico non si cura, in quanto non è un fenomeno patologico e passa da sé.
A necessitare invece di una gestione terapeutica è unicamente il disturbo di panico, problema che approfondiremo da qui in avanti.
QUANDO GLI ATTACCHI DI PANICO DIVENTANO UN DISTURBO
Un conto è parlare di attacchi di panico, un’altra è parlare di disturbo di panico.
Nel primo caso, come si è visto, si parla di reazioni emotive che, seppur sgradevoli, fanno parte della normale esperienza dell’essere umano.
Margherita e Luca, ad esempio, hanno sì vissuto un episodio di panico, ma questo non sembra aver lasciato eccessivi strascichi nella loro vita.
Nel secondo caso, al contrario, si parla di ciò che per molti è considerato il problema d’ansia per eccellenza.
La celebre “paura della paura”.
In pratica, gli attacchi di panico diventano un problema quando per la persona stessa sono un problema.
E quand’è che diventano un problema?
Quando non si riesce a tollerare la possibilità di riviverli e si iniziano a compiere ingenti sforzi per prevenirne l’occorrenza.
È questo il caso di Claudia, che per scongiurare il rischio del panico, ha iniziato a portare sempre con sé a scopo precauzionale dei farmaci anti-panico e ha smesso di guidare in autostrada e strade affollate.
Secondo il DSM-5, si dà diagnosi di disturbo di panico al soddisfacimento dei seguenti criteri:
- Criterio A: ricorrenti attacchi di panico inaspettati.
- Criterio B: almeno uno degli attacchi è stato seguito da un mese (o più) di uno o entrambi i seguenti sintomi:
- preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi o per le loro conseguenze (ad es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire“);
- significativa alterazione disadattiva del comportamento correlata agli attacchi (ad es., comportamenti pianificati al fine di evitare di avere attacchi di panico, come l’evitamento dell’esercizio fisico oppure di situazioni non familiari).
- Criterio C: l’alterazione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (ad es., droga, un farmaco) o di un’altra condizione medica (ad es., ipertiroidismo, disturbi cardiopolmonari).
- Criterio D: gli attacchi di panico non sono meglio spiegati da un altro disturbo mentale.
Detto diversamente, si passa dal panico al disturbo di panico quando si compiono specifici gesti per evitare di avere futuri attacchi di panico, anziché accettare che di tanto in tanto gli stessi possano ripresentarsi.
Esempi di tali comportamenti “protettivi” sono i seguenti:
- non andare in specifici posti;
- sedersi vicino alle porte di ingresso/uscita;
- portare sempre appresso un farmaco ansiolitico;
- non consumare bevande con caffeina;
- sospendere l’attività fisica;
- evitare di mangiare o bere determinati, etc.
Tali comportamenti “protettivi” aumentano la probabilità che il panico possa ripresentarsi in quanto rafforzano il convincimento disfunzionale che il panico sia insopportabile e che, come tale, debba essere evitato ad ogni costo.
Vediamo ora alcuni esempi di Disturbo di panico.
PAURA DI AVERE UN INFARTO
Forse il caso più classico di chi soffre di attacchi di panico: l’eccessiva paura di avere un infarto da un momento all’altro.
In realtà l’infarto temuto non avverrebbe da un momento all’altro e soprattutto senza una ragione.
Solitamente tale paura si presenta infatti tutte le volte che la persona avverte il cuore battere in modo insolito (ad es., con più forza o meno forza, più velocemente o più lentamente, con “salti” irregolari tra un battito e l’altro, etc.) e senza un’apparente ragione.
Se infatti le ragioni per le quali si stessero sentendo questi “strani battiti” fossero chiare ed evidenti alla persona (ad es., spavento guardando un film horror) sarebbe meno probabile arrivare a sperimentare il panico.
Comune è anche il prospettarsi di poter avere un infarto nel percepire un dolore alle costole, al braccio sinistro o al petto in prossimità più o meno del cuore o della bocca dello stomaco.
Quando si inizia a percepire qualcosa di insolito o inspiegato a livello del cuore o in prossimità di esso, la persona entra così in uno stato di ansia al pensiero di stare per avere un infarto che diventa via via crescente culminando in alcuni casi nel panico vero e proprio.
Per calmarsi si compiono allora dei comportamenti di “contenimento” che variano a seconda dell’entità dell’ansia che si starebbe vivendo.
Ad esempio, si passa dal provare a fare dei respiri profondi (spesso in un modo scorretta che alimenta lo stato di disagio) al provare a distarsi chiamando qualcuno o tenendosi impegnati in qualche attività (ad es., guardare video su Instagram, Facebook o TikTok).
Nei casi in cui nessuno di questi “rimedi fai da te” dovesse funzionale, si arriva infine ad assumere farmaci ansiolitici o ad andare tempestivamente in pronto soccorso.
Scongiurato il pericolo, la persona ritorna in uno stato di tranquillità, ma solo momentaneo.
Il pericolo, infatti, si riaffaccerà al nuovo presentarsi di strani sintomi o sensazioni insolite del corpo.
Per scongiurare il rischio di rivivere sensazioni corporee capaci di innescare automaticamente l’ansia e il panico, si iniziano così a compiere comportamenti di “evitamento” quali i seguenti:
- controllare di frequente il ritmo cardiaco sul proprio smartwatch (o l’evitare completamente di controllare i battiti);
- non bere prodotti che contengono alcol, nicotina, teina o caffeina;
- sottoporsi a frequenti esami medici (o l’evitarli completamente);
- non leggere fatti di cronaca per non agitarsi;
- ricercare su internet informazioni sui problemi cardiaci (o l’evitare qualsivoglia informazione su questi temi);
- non praticare attività sportive (o il praticarle eccessivamente per fini preventivi);
- richiedere rassicurazioni ad amici medici, a persone di fiducia o a ChatGPT;
- non guardare film e serie tv “emozionanti”;
- non avere rapporti sessuali, etc
Nel loro complesso, tali comportamenti mantengono il problema d’ansia e diventano come tali uno dei principali target della terapia psicologica.
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PAURA DI PERDERE IL CONTROLLO
Come abbiamo visto sopra, la paura di perdere il controllo e impazzire è un timore piuttosto comune in chi soffre di attacchi di panico.
A ben vedere, infatti, frequentemente è questo tipo di pensieri a scatenare il panico che viene poi evitato dalla persona creando così il disturbo di panico vero e proprio.
Dalla mia personale esperienza come terapeuta, quello che ho notato è che la perdita di controllo viene spesso vissuta in un modo tanto angosciante, quanto irrealistico.
Ad esempio, vi sono persone che immaginano l’esperienza della perdita di controllo come un perdere la capacità di controllare il corpo, i movimenti, il parlare, i pensieri, etc.
Tali scenari sono chiaramente irrealistici in quanto:
- la perdita del controllo motorio e vocale non può avvenire se non in presenza di compromissione neurologica o di un disturbo psichiatrico a base genetica (ad es., Schizofrenia, sindrome di Tourette, etc.) o traumatologica (ad es., Disturbo da sintomi neurologici funzionali);
- i pensieri non si possono controllare volontariamente come si fa con i propri arti, avendo l’essere umano unicamente la capacità di distarsi o pensare a qualcos’altro.
Altre volte, invece, l’esperienza di perdita di controllo temuta non è un evento raro o irrealistico, quanto piuttosto un evento comune o plausibile che non si riesce comunque ad accettare.
Ne sono un esempio:
- piangere di fronte ad altre persone;
- rispondere d’impulso senza troppo pensarci;
- non trattenere un bisogno fisiologico;
- vivere un forte stato di paura o di ansia;
- uscire frettolosamente da un locale affollato;
- dire o fare cose di getto, etc;
In questi casi, aiutare la persona ad assumere una prospettiva più realistica e meno catastrofica aiuta a ridimensionare l’entità dell’ansia sottesa a questo problema.
COME LAVORO CON GLI ATTACCHI DI PANICO
Il primo passo della terapia psicologica consiste nell’aiutare la persona ad accettare il rischio di avere attacchi di panico.
Perseguire tale scopo va inizialmente contro l’intento della persona che si presenta in terapia: il non vivere più il panico.
Tuttavia, la causa del suo frequente ripresentarsi è proprio l’eccessiva tendenza a voler tenere lontano da sé il panico.
L’esposizione vera e propria al panico presuppone dunque la fatica di correre il rischio di vivere un attacco di panico, anche arrivando al punto di auto-indurselo seguendo specifici esercizi.
Tale operazione appare utile per ridimensionare gli scenari mentali disfunzionali associati all’esperienza di panico ed è quella che la ricerca scientifica ha evidenziato essere la più efficace.
Chiaramente, l’esporsi al rischio di vivere il panico segue un percorso graduale di familiarizzazione con tale esperienza.
Si passa dall’acquisizione di informazioni corrette sul panico, all’apprendimento di tecniche di rilassamento per contenere il disagio comunemente legato all’esperienza dell’attacco di panico.
Accettare il panico presuppone comunque un lavoro a monte di comprensione di ciò che starebbe portando la persona a non voler vivere simili esperienze emotive.
Tante altre esperienze possono essere considerate altrettanto (se non più) sgradevoli, senza per questo venire evitate alla stregua di un qualcosa di insopportabile.
Per tale ragione durante i colloqui si dà spazio alla comprensione delle ragioni che hanno portato la persona a vivere la condizione di disagio attuale, ripercorrendo assieme alcuni importanti momenti di vita.
Il ritornare ad analizzare il passato, tuttavia, è sempre funzionale all’azione pratica e concreta nel presente, in quanto è nel presente che la persona vive il problema e ha le risorse per poterlo superare.


















