NON RIUSCIRE A LASCIARSI

Illustrazione grafica che mostra due gufi stilizzati seduti su rami opposti di un albero spoglio, separati al centro da un cuore rosso spezzato, usata simbolicamente per riferirsi al non riuscire a lasciarsi quando l'amore è ormai finito.

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INTRODUZIONE

Mi piacerebbe scrivervi che le storie importanti non finiscono e che sia sufficiente tempo e una buona dose di volontà per far ritornare le cose come un tempo.

Ma non è così.

È forse quello che abbiamo avuto bisogno di credere per poterci permettere di vivere e mostrare certe nostre fragilità a un’altra persona.

Quando però una relazione entra in crisi, o quando iniziamo a chiederci se sia giusto continuare a portarla avanti, quelle stesse convinzioni possono vacillare.

Molte persone si trovano infatti nella difficile condizione di non riuscire a lasciare il partner, pur essendo consapevoli della sofferenza che la relazione sta generando.

Non necessariamente questo dipende da errori di valutazione o da una scarsa capacità di comprendere ciò che sta accadendo all’interno della relazione di coppia.

Errori di valutazione?

Forse, ma questa non sembra essere l’unica risposta.

UNA MENTE CHE MENTE

Mette quasi angoscia pensare ora al nostro partner come a “un’altra persona”.

Si ha subito l’impressione che quella familiarità, che si è costruita nel corso del tempo, venga improvvisamente a mancare.

Come se da un giorno all’altro ci si ritrovasse in presenza di una persona a noi completamente sconosciuta.

E mostrarsi nudi di fronte ad un estraneo non è cosa piacevole.

Sia che tali nudità siano fisiche, siano che siano emotive.

Eppure c’è stato un tempo in cui il partner era realmente per noi “un’altra persona” rispetto  a “la persona” che vediamo oggi.

Non che sia realmente cambiato, certo, almeno non completamente.

Più semplicemente, è possibile ipotizzare che ad essere cambiata sia la nostra visione su questa persona.

Abbiamo bisogno di conoscere  in profondità l’altro prima di sentirci liberi di mostrarci nella nostra intimità.

Illustrazione digitale che mostra la silhouette stilizzata di una figura umana formata da linee ondulate verticali scure su uno sfondo azzurro a righe simili, usata per riferirsi simbolicamente alla difficoltà che si vive nel mostrarsi nella propria intimità a un'altra persona, aspetto che, una volta raggiunto, può rendere difficile lasciarsi.

La familiarità ci serve dunque a questo: a vedere un’altra persona come la persona, ossia una figura meno minacciosa di quella che inizialmente poteva sembrarci.

Sono dunque i processi mentali deputati a rendere noto l’ignoto che stanno alla base dell’intimità che si crea tra le persone.

Il problema è che le persone non sono entità statiche e immutabili.

Cambiano, e continuamente.

Come noi, d’altronde, che ci piaccia o meno.

Conoscere realmente una persona diviene dunque un processo che non ha mai termine, qualcosa che almeno inizialmente la nostra mente fatica a concepire.

Come potersi fidare, infatti, a lasciare le chiavi della propria intimità a chi non sappiamo come potrebbe  reagire?

Il rischio di essere feriti esiste e non andrebbe sottovalutato.

La nostra mente questo lo sa ed è per questo che ha rapidamente bisogno di capire se potersi o meno fidare di chi abbiamo di fronte.

Non si danno le chiavi di casa a uno sconosciuto, dopotutto, e la nostra interiorità è un po’ come la nostra piccola casa.

Un luogo sicuro entro cui potersi rifugiare quando il mondo là fuori sembra un po’ più minaccioso del solito.

L’inganno della mente è tutto qui: nel darci l’impressione che chi abbiamo di fronte sia una persona prevedibile nei suoi comportamenti.

Ed è forse proprio questo inganno che rende talvolta così difficile accettare che una relazione sia cambiata o che possa essere arrivata al capolinea.

La mente tende infatti ad aggrapparsi all’immagine della persona che abbiamo conosciuto e amato, anche quando l’esperienza quotidiana sembra raccontarci qualcosa di diverso.

Disegno a matita che mostra una figura umana e un robot antropomorfo stilizzato che si tengono per mano, affiancati da una matita reale, usata per riferirsi in chiave simbolica al non riuscire a lasciarsi associato al senso di familiarità che oramai si è costruito con il partner.

Non contempla la possibilità che il partner possa cambiare.

Ma l’esperienza sembra dirci il contrario.

COSA RENDE DIFFICILE LASCIARSI?

Motivazioni contrapposte.

Niente di più.

Una spiegazione forse eccessivamente semplicistica, ma che ha il pregio di porre fin da subito il focus sul vero problema del non riuscire a lasciarsi: la motivazione contrapposta e spesso inconsapevole a non voler porre termine alla relazione di coppia.

Quando una persona si chiede “Perché non riesco a lasciare il mio partner?“ o “Perché continuo a rimanere in una relazione che mi fa soffrire?“, la risposta raramente riguarda la semplice mancanza di volontà.

Comprendere cosa rende difficile lasciarsi significa piuttosto cercare di individuare quali bisogni, paure o aspettative ci stiano portando a non interrompere un rapporto che, talvolta, finisce per consumare emotivamente entrambi i partner.

In altre parole, più che domandarci perché desideriamo chiudere una relazione, può essere utile chiederci che cosa ci stia spingendo a rimanere.

Talvolta il problema non riguarda tanto il lasciarsi, quanto il modo in cui è nato e si è sviluppato il coinvolgimento affettivo.

Quando si rimane a lungo bloccati nella fase dell’attrazione e del corteggiamento, può diventare difficile prendere le distanze da persone che non ricambiano come vorremmo o che non sono realmente disponibili a costruire una relazione.

Ho approfondito questo specifico blocco nell’articolo “Perché mi innamoro di chi non mi vuole?“.

Vediamo ora alcune delle dinamiche più comuni che possono rendere difficile separarsi da una persona, anche quando una parte di noi ritiene che la relazione sia arrivata al termine.

Molte persone che fanno fatica a prendere le distanze da un rapporto sentimentale arrivano inoltre a chiedersi se dietro questa difficoltà possa esserci una forma di dipendenza affettiva.

In effetti, la paura di perdere il partner, il timore di restare soli o la sensazione di non riuscire ad andare avanti senza l’altra persona sono vissuti frequentemente associati alle problematiche di dipendenza affettiva, pur non essendone necessariamente un segnale sufficiente.

Se desideri approfondire questo tema, potrebbe esserti utile leggere l’articolo dedicato a come capire se si soffre di dipendenza affettiva, dove descrivo i principali segnali della dipendenza affettiva e propongo un test di approfondimento gratuito.

Paura di soffrire

Illustrazione digitale che mostra una persona con capelli rossi seduta di profilo sul pavimento mentre abbraccia le proprie ginocchia piegate, usata per riferirsi simbolicamente alla paura di soffrire a seguito dell'interruzione di un rapporto sentimentale, aspetto che spesso rende difficile lasciare il partner.

Interrompere una relazione sentimentale equivale, sotto molti aspetti, a vivere un lutto.

Non sorprende quindi che una delle ragioni più comuni per cui una persona può non riuscire a lasciare il partner sia proprio la paura della sofferenza che immagina possa derivare dalla separazione.

E tanto più grande è il legame che ci unisce al partner, quando più intense potrebbero essere le reazioni emotive che caratterizzerebbero i processi di accettazione della perdita.

Dolore, panico, collera, disperazione sono tutti esempi di emozioni che potrebbero emergere nei momenti successivi all’interruzione di un rapporto sentimentale.

Va da sé che una forte avversione a vivere tali normali emozioni può rendere estremamente più difficoltoso scegliere liberamente di porre termine a una relazione.

Chi infatti, potendo, deciderebbe di sua spontanea volontà di esporsi a vissuti tanto dolorosi?

La difficoltà a porre termine a una relazione esprime dunque, almeno in parte, un normale e sano funzionamento psicologico che vede la persona motivata a ricercare per sé il minore male possibile.

Quando infatti si decide di interrompere un rapporto, in genere lo si fa perché si crede che faccia più male continuare a vivere quella relazione piuttosto che affrontarne la fine.

Una semplice logica di costi e benefici.

Fotografia che mostra una pedina verde e una rossa posizionate alle due estremità di un'altalena basculante bianca in pendenza, usata per simboleggiare i vantaggi e gli svantaggi che si possono concepire nel lasciare il partner.

Costa più soffrire ogni giorno per un dente cariato oppure sopportare un dolore più intenso ma limitato nel tempo dopo la sua estrazione?

Quando questa logica non sembra portare alla risposta che apparirebbe più intuitiva, è possibile che la persona abbia un’aspettativa particolarmente negativa di ciò che potrebbe accadere dopo la fine della relazione.

Quanto negativa?

Tanto da preferire tenersi il dente cariato pur sapendo che la carie continuerà lentamente a peggiorare.

In questi casi il problema spesso non è la sofferenza presente, ma quella futura che si teme di dover affrontare.

Questo può verificarsi a seguito di esperienze che hanno reso particolarmente sensibili ai vissuti di perdita affettiva, abbandono o fallimento personale.

La difficoltà di accettazione del lutto di una persona a cui si era particolarmente legati, come un amico o un familiare, può esserne un esempio.

Un altro esempio potrebbe essere l’aver utilizzato l’affettività provata all’interno del rapporto di coppia per colmare altre forme di sofferenza, come il sentirsi indietro rispetto agli altri, oppure il sentirsi deboli e impotenti, o ancora  il sentirsi profondamente soli.

Anche l’aver vissuto in passato un episodio di depressione può contribuire a rendere la separazione particolarmente spaventosa.

A un livello psicologico, la paura di tornare a vivere lo stesso disagio emotivo può infatti agire mostrandoci come più conveniente mantenerci nella relazione disfunzionale che già stiamo vivendo, piuttosto che correre il rischio di affrontare nuovamente quella sofferenza.

Fotografia virata in blu mostra una ragazza che tiene davanti al proprio viso un foglio stampato con il volto sorridente di una bambola, usato per indicare la tendenza a mostrarsi felici e a nascondere la propria tristezza in chi ha vissuto episodi depressivi, spesso legata al timore di entrare nuovamente in contatto con tale sofferenza, aspetto che può predisporre a una ricaduta depressiva e che viene trattato dallo psicologo Alessio Congiu a Cagliari, Verona e online.

In alcune persone, inoltre, la difficoltà a separarsi può essere collegata anche alla presenza di una problematica psicologica più strutturata.

Il disturbo borderline di personalità ne è un esempio.

La forte avversione all’idea di poter vivere un’angoscia della separazione percepita come intollerabile, oppure la profonda sensazione di vuoto sperimentata nei momenti di solitudine, possono contribuire a mantenere la persona all’interno di un rapporto disfunzionale, anche quando questo genera sofferenza significativa.

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Immagine di una donna con le braccia conserte, in segno di accoglimento, usata per simboleggiare l'aiuto professionale che il Dr. Alessio Congiu come Psicologo-Psicoterapeuta

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Paura di far soffrire

Fotografia che mostra un piccolo robot di cartone rosso con un'espressione triste disegnata e una lacrima, mentre tiene tra le mani un cuore di carta bianca spezzato in due parti, usata per riferirsi alla paura di far soffrire l'altro nel lasciarlo che spesso porta la persona a non riuscire a lasciare il partner.

L’interruzione di un rapporto affettivo non porta a soffrire soltanto chi decide di porre fine alla relazione, ma anche, e talvolta soprattutto,  chi viene lasciato.

Per molte persone, una delle ragioni principali per cui risulta difficile separarsi non è la paura di soffrire personalmente, ma quella di provocare una sofferenza profonda nell’altra persona.

Chi sta valutando se porre o meno termine a un rapporto lo sa bene ed è anche per questo che, spesso, prende tempo.

La paura di far vivere al partner un dolore immenso può diventare davvero intollerabile.

Ci si sentirebbe responsabili di stare causando all’altro una sofferenza percepita come assolutamente immeritata.

In casi simili è spesso il senso di colpa a frenare la decisione, talvolta necessaria, di porre termine a un rapporto disfunzionale.

Più che chiedersi se la relazione sia giusta o sbagliata, la persona finisce così per interrogarsi continuamente sulle conseguenze che la separazione potrebbe avere sull’altro.

Le ragioni che possono alimentare una colpa tanto intensa sono diverse.

Una di queste riguarda l’aspettativa della reazione che immaginiamo possa avere il nostro partner a seguito dell’interruzione del rapporto.

Sapere, ad esempio, del profondo stato di angoscia e disperazione che potrebbe vivere una persona che ha fatto della relazione il principale punto di riferimento emotivo può portarci a condividere indirettamente gli stessi stati d’animo, frenando le nostre intenzioni di porre termine alla relazione.

In questi casi non soffriamo soltanto per ciò che stiamo vivendo all’interno della coppia, ma anche per ciò che immaginiamo possa vivere l’altro dopo la separazione.

Al tempo stesso, partner che in passato hanno reagito al distacco affettivo attraverso comportamenti impulsivi o autodistruttivi (ad es., uso di sostanze, abuso di alcol, comportamenti autolesivi) possono portarci a temere che tali reazioni possano ripresentarsi a seguito della nostra decisione di interrompere il rapporto.

Disegno con gesso bianco su una superficie scura che mostra una figura umana stilizzata rannicchiata di profilo con la testa china e le braccia intorno alle gambe piegate, usata per riferisi all'aspettativa della sofferenza che l'altro potrebbe provare in caso di interruzione del rapporto di coppia che spinge molte persone, loro malgrado, a non riuscire a lascarsi.

Il risultato è spesso un ulteriore aumento del senso di colpa, che può rendere estremamente difficile distinguere ciò che è realmente sotto il nostro controllo da ciò che invece appartiene alla responsabilità dell’altra persona.

Naturalmente, l’intensità della colpa che potremmo vivere non dipende soltanto dalle caratteristiche del partner.

In alcune persone il bisogno di proteggere gli altri dalla sofferenza, la difficoltà a deludere qualcuno o il timore di apparire egoisti possono contribuire ulteriormente a mantenere viva una relazione che, in realtà, desidererebbero interrompere.

Paura di non farcela da soli

Illustrazione digitale che mostra la figura stilizzata di una bambina da sola con vestiti e capelli verdi seduta su una linea orizzontale grigia, usata per riferirsi simbolicamente alla paura di non farcela ad affrontare la vita di tutti i giorni da soli che spesso porta a non riuscire a lasciare il partner, tema di cui si occupa lo psicologo Alessio Congiu.

Le paura di soffrire o di far soffrire un’altra persona non sono le uniche preoccupazioni che possono ostacolare la scelta di porre termine a una relazione sentimentale.

Dietro la difficoltà a chiudere una relazione di coppia, infatti, si nasconde spesso un timore diverso: l’idea di non riuscire a farcela da soli.

A fare cosa?

Dipende.

Ognuno tende a preoccuparsi di aspetti diversi della propria vita, ma il denominatore comune è spesso la sensazione di non possedere le risorse necessarie per affrontare il futuro senza il partner.

L’idea di non essere in grado di raggiungere i propri obiettivi di vita può manifestarsi attraverso la dolorosa percezione di essere inadeguati ad affrontare ciò che, in quel momento, appare più importante.

Talvolta ciò che spaventa non è tanto la fine della relazione in sé, quanto la possibilità di perdere una figura su cui si era imparato a fare affidamento nella quotidianità.

Può trattarsi della difficoltà a mantenere la stessa routine di vita, a gestire momenti di stress oppure a sostenere il peso di determinate responsabilità burocratiche e fiscali senza l’appoggio del partner.

L’assenza di una persona percepita come una base sicura può infatti portare a vivere vissuti spiacevoli che rischiano di interferire con attività importanti legate allo studio, al lavoro o alle relazioni, alimentando ansia e panico.

Illustrazione digitale che mostra la testa di una ragazza con i capelli castani parzialmente immersa in una massa d'acqua scura presente sotto la sagoma di un'ombra che ritrae la silhouette di un uomo, usata simbolicamente per descrivere la paura e l'angoscia che molte persone vivono al pensiero di non riuscire a farcela da sole senza il partner, aspetto che le mantiene spesso in relazioni affettive disfunzionali senza riuscire a porre termine alla relazione .

Spaventa l’idea di ritrovarsi improvvisamente soli, soprattutto durante periodi particolarmente complessi, come una sessione d’esami, una fase di difficoltà economica, un problema di salute o altri momenti di vulnerabilità personale.

In casi simili, la prospettiva dell’assenza di una persona sulla quale in precedenza si era fatto grande affidamento può generare uno stress ulteriore e ridurre la fiducia nella propria capacità di raggiungere determinati obiettivi personali.

In assenza del forte legame affettivo che caratterizzava la relazione, la percezione di avere ancora bisogno del partner viene spesso vissuta con intensa frustrazione e autosvalutazione.

Non è infrequente che la persona arrivi a chiedersi se dietro questa difficoltà possa esserci una forma di dipendenza affettiva.

Se non ti è chiaro quando una difficoltà a separarsi possa essere considerata una normale sofferenza relazionale e quando invece possa assumere le caratteristiche della dipendenza affettiva, puoi approfondire questo aspetto nell’articolo dedicato a come capire se si soffre di dipendenza affettiva.

Diversamente da quanto accade nelle difficoltà emotive più circoscritte e transitorie, le problematiche di dipendenza affettiva tendono a essere accompagnate da una più ampia aspettativa di fallimento in aree importanti della vita della persona.

Non si tratta soltanto della paura di affrontare un momento difficile dopo la separazione, ma della convinzione che senza il partner non si riuscirà a stare bene, a realizzarsi o a costruire relazioni soddisfacenti.

La preoccupazione di non riuscire a trovare un altro partner con cui costruire una relazione affettiva può esserne un esempio, soprattutto quando riflette una profonda percezione di disvalore personale legata ai propri aspetti estetici, caratteriali o relazionali.

Illustrazione stilizzata che mostra un personaggio con un sacchetto di carta marrone in testa con due piccoli fori per gli occhi, usata per descrivere la condizione di bassa autostima in cui vertono molte persone che, non riuscendo a lasciarsi, si ritrovano loro malgrado in relazioni disfunzionali che vorrebbero interrompere.

Un altro esempio è rappresentato dalla sensazione di incapacità nell’assolvere funzioni che in precedenza venivano svolte dal partner.

Ne sono esempi la cura della casa, la preparazione dei pasti, la gestione di pratiche burocratiche o altri aspetti della vita quotidiana.

Naturalmente, il problema non riguarda tanto queste specifiche attività, quanto ciò che esse finiscono per rappresentare agli occhi della persona: la conferma di non sentirsi sufficientemente autonoma o capace.

In tali casi, dunque, la difficoltà a porre termine al rapporto può essere sostenuta da un più generale senso di inadeguatezza, temporaneamente compensato dalla presenza del partner.

COME AFFRONTARE TUTTO QUESTO?

Come si evince da quanto descritto finora, ciò che spesso impedisce alle persone di porre termine a una relazione sentimentale non è l’assenza di motivazioni per lasciarsi, ma la paura che dalla separazione possa derivare uno scenario peggiore di quello attuale.

La persona può temere di soffrire, di far soffrire il partner, di rimanere sola o di non riuscire a far fronte alle difficoltà della vita senza l’altra persona.

In tutti questi casi, il problema non è soltanto ciò che sta accadendo nel presente, ma soprattutto ciò che si immagina possa accadere in futuro.

L’ansia che molte persone sperimentano quando pensano di interrompere una relazione rappresenta spesso uno dei primi segnali della presenza di aspettative che agiscono da freno al bisogno di porre termine a un rapporto disfunzionale.

Come tutte le aspettative, anche quelle che alimentano questi problemi sentimentali si fondano su convinzioni e desideri riguardanti ciò che potrebbe accadere dopo il lasciarsi con il proprio partner.
Ad esempio:
  • “Non riuscirò a superare questa separazione“;
  • “Non troverò mai un’altra persona“;
  • “Farò soffrire troppo il mio partner“;
  • “Da solo non riuscirò a gestire la mia vita“.

Il fatto che un pensiero ci appaia plausibile, tuttavia, non significa necessariamente che sia realistico o accurato.

Non è infrequente infatti che le previsioni relative alla fine della relazione sentimentale risultino eccessivamente pessimistiche o addirittura catastrofiche.

L’intensità e la frequenza dell’ansia che accompagna questi scenari rappresentano spesso un importante segnale del peso che tali aspettative stanno esercitando sulle nostre decisioni.

Aspettarsi di non riuscire a trovare un nuovo partner, di non sopportare il dolore della separazione o di non riuscire a funzionare senza l’altra persona sono esempi di aspettative negative che possono portarci a ritenere più conveniente mantenere una relazione che, in realtà, vorremmo chiudere.

La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) alla quale mi rifaccio come Psicologo a Cagliari, Verona e online pone come target del trattamento proprio tali aspettative.

Illustrazione concettuale che mostra diverse silhouette colorate di profili umani, ognuna contenente nel proprio cervello un disegno differente tra cui fiori, numeri binari, un grafico, tasselli di puzzle e trame geometriche, usata per riferirsi alla terapia psicologica cognitivo comportamentale proposta dal Dr. Alessio Congiu a Cagliari, Verona e online per le persone che non riescono a lasciare il partner.

L’obiettivo non è convincere la persona a lasciare il partner, né spingerla a prendere decisioni prestabilite.

Piuttosto, si cerca di comprendere insieme quali convinzioni, paure e aspettative stiano influenzando la scelta e quanto queste descrivano realmente la situazione presente.

Se da una parte il lavoro terapeutico riguarda le credenze e i pensieri che alimentano il disagio, dall’altra coinvolge anche i comportamenti che contribuiscono inconsapevolmente a mantenerlo.

Non si tratta quindi di lavorare esclusivamente su ciò che passa per la mente, ma anche di individuare quei piccoli gesti quotidiani che continuano a rinforzare l’idea di non poter stare bene senza la relazione.

È proprio attraverso la modifica graduale di questi pensieri e comportamenti che diventa possibile recuperare una maggiore libertà di scelta e comprendere quale direzione sia davvero più coerente con i propri desideri, i propri bisogni e i propri valori.

CONCLUSIONI

Le difficoltà legate al riuscire a lasciare il partner raramente dipendono da una semplice mancanza di volontà.

Come abbiamo visto, dietro il non riuscire a lasciarsi si nascondono spesso paure, bisogni e aspettative che agiscono in modo largamente inconsapevole, influenzando il modo in cui valutiamo la relazione e il futuro che immaginiamo dopo la sua eventuale conclusione.

La paura di soffrire, il timore di far soffrire l’altra persona o la sensazione di non farcela da soli rappresentano alcune delle motivazioni più comuni che possono portare una persona a rimanere all’interno di una relazione anche quando questa non risponde più ai suoi bisogni affettivi.

Esperienze pregresse, caratteristiche personali e dinamiche relazionali specifiche possono contribuire all’emergere di queste difficoltà, alimentando emozioni che finiscono per ostacolare la scelta di porre termine alla relazione.

Comprendere quali siano le motivazioni che ci trattengono non significa necessariamente decidere di lasciare il partner, ma acquisire una maggiore libertà nel valutare ciò che desideriamo realmente per la nostra vita affettiva.

Quando la paura, l’ansia o il senso di inadeguatezza rendono particolarmente difficile prendere una decisione, un percorso di Terapia Cognitivo Comportamentale può aiutare a comprendere le aspettative e i meccanismi psicologici che mantengono il problema, favorendo scelte più consapevoli e coerenti con i propri bisogni.

APPROFONDIMENTI CONSIGLIATI

Se ti sei riconosciuto in molte delle difficoltà descritte in questo articolo e desideri comprendere meglio i meccanismi che possono rendere difficile prendere le distanze da una relazione, potrebbero esserti utili i seguenti approfondimenti.

Un’introduzione generale alla dipendenza affettiva e ai diversi modi in cui una relazione può rimanere bloccata nel suo sviluppo.

Un approfondimento sui principali segnali della dipendenza affettiva e sui criteri che possono aiutarti a comprendere meglio la tua situazione.

È presente anche un test di screening gratuito.

Un approfondimento dedicato alle comuni dinamiche che portano molte persone a sviluppare un forte coinvolgimento verso partner emotivamente indisponibili o non realmente interessati a costruire una relazione.

Un approfondimento dedicato alle principali cause della sfiducia nella relazione, alla paura dell’abbandono e alle dinamiche di attaccamento che possono alimentare gelosia, bisogno di rassicurazioni e difficoltà a fidarsi.

Un approfondimento dedicato alle principali cause del senso di abbandono, ai fattori che possono renderlo particolarmente intenso e difficile da tollerare, e alle dinamiche legate a perdite affettive, bisogno di rassicurazione, autostima e dipendenza affettiva.

Una panoramica sui principali obiettivi terapeutici e sulle modalità strategiche attraverso cui è possibile lavorare sui bisogni affettivi che mantengono la dipendenza affettiva.

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