DISTURBI D’ANSIA
Quando un dispositivo elettronico si sblocca, è comune provare a spegnerlo e riaccenderlo per valutare se in tal modo se il problema di blocco del software si sia o meno risolto.
In modo analogo talvolta cerchiamo di fare con la nostra mente andando a dormire per non pensare a ciò che ci starebbe disturbando, così da allontanare tutti i disagi psicologici che staremmo vivendo.
TIPOLOGIE DI DISTURBI D’ANSIA
Nella quinta edizione rivisitata del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5TR) vengono descritti i seguenti disturbi d’ansia:
- Disturbo d’ansia di separazione
- Fobia specifica
- Disturbo d’ansia sociale
- Disturbo di Panico
- Agorafobia
- Disturbo d’ansia generalizzata
- Disturbo d’ansia da malattia
Vediamoli più nel dettaglio.
DISTURBO D’ANSIA DI SEPARAZIONE
Alla maggior parte di noi sarà capitato da piccoli di entrare nel panico nel rendersi conto di essersi perdersi in un luogo in cui in precedenza ci si era recati insieme a un genitore o a un familiare.
Tale paura trovava tuttavia un più o meno rapido sollievo nel ritrovare il genitore o familiare che si era perduto.
Ma che cosa sarebbe potuto accadere se tale evento fosse capitato di nuovo e se non si fosse più riusciti a trovare il familiare che si era perso?
Niente, diremmo noi, se fossimo oramai un adolescente o un adulto autonomo e indipendente.
Ma se tale preoccupazione persistesse anche in una fase di vita in cui invece ci si aspetterebbe di farcela da soli, ecco che in questo caso ci si potrebbe trovare di fronte a un Disturbo D’Ansia di Separazione.
Secondo i criteri del DSM-5TR, tale disturbo è presente quando vengono soddisfatti i seguenti criteri diagnostici (A, B, C e D):
- Criterio A: Paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione da coloro a cui l’individuo è attaccato come evidenziato da tre o più dei seguenti criteri:
- Ricorrente ed eccessivo disagio quando si prevede o si sperimenta la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento.
- Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte.
- Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (ad es., perdersi, essere rapiti, avere un incidente, ammalarsi).
- Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione.
- Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti.
- Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento.
- Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione.
- Ripetute lamentele di sintomi fisici (ad es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verificano o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento.
- Criterio B: la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, con una durata di almeno 4 settimane nei bambini e adolescenti, e tipicamente 6 mesi o più negli adulti.
- Criterio C: il disturbo causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
- Criterio D: il disturbo non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale.
Le ragioni che portano un adolescente o un adulto a maturare questo problema d’ansia sono molteplici.
Un comune fattore, ad esempio, è l’essere ipersensibili all’emozione della perdita o distacco affettivo.
In età adulta, ad esempio, l’ansia di separazione può manifestarsi nei confronti di tutte quelle figure verso cui ci si lega affettivamente, come un partner, un fratello o una sorella, o un amico con il quale si è instaurato un rapporto molto stretto.
Esperienze infantili avverse, come l’abbandono, la trascuratezza o un atteggiamento iper-protettivo del genitore possono predisporre la persona a sviluppare in età adulta il disturbo.
FOBIA SPECIFICA
Forse tra i più comuni e conosciuti problemi d’ansia, malgrado per alcuni ricercatori sia più corretto parlare di problemi di “paura“.
A differenza dei restanti problemi d’ansia, infatti, le varie fobie specifiche si caratterizzano per l’estrema reazione di paura che la persona vive di fronte a ciò che più teme.
Non si tratta unicamente di un’ansia anticipatoria, dunque, ma anche di un condizionamento acquisito nel tempo che porta a spaventarsi intensamente di fronte a stimoli inizialmente neutri o poco attivanti.
Qui l’elenco degli stimoli e situazioni potenzialmente in grado di innescare un’eccessiva paura si sprecano.
Abbiamo infatti animali (ad es., ragni, topi, serpenti), sangue e aghi (ad es., prelievi del sangue, ferite, operazioni), ambienti naturali (ad es., altezze, temporali), comportamenti (ad es., nuotare, guidare, volare in aereo), etc.
Esempio di tali problema d’ansia è l’emetofobia, ossia la paura di vomitare o di vedere qualcuno che vomita.
Nel complesso, quel che rende questo disturbo un problema d’ansia è il fatto che tali situazioni sono attivamente evitate dalla persona, così come indicato nel criterio C indicato nel DSM-5TR:
- Criterio A: paura o ansia marcate verso un oggetto o situazione specifici (ad es., volare, altezze, animali, ricevere un’iniezione, vedere il sangue).
- Criterio B: la situazione o l’oggetto fobici evocano quasi sempre immediata paura o ansia.
- Criterio C: la situazione o l’oggetto fobici vengono attivamente evitati, oppure sopportati con paura o ansia intense.
- Criterio D: la paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto al reale pericolo rappresentato dall’oggetto o dalla situazione specifici e al contesto socioculturale.
- Criterio E: la paura, l’ansia e l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente per 6 mesi o più.
- Criterio F: la paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
- Criterio G: il disturbo non è meglio spiegato dai sintomi di un altro disturbo mentale.
A ben vedere, gli ingenti sforzi compiuti per evitare tali stimoli sono ciò che mantiene il disturbo, predisponendo la persona a reagire sempre con un’estrema paura in presenza di tali stimoli.
Come tale, la terapia cerca di aiutare la persona a ridurre l’intensa reazione di paura organizzando delle esposizioni controllate e graduali.
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DISTURBO D’ANSIA SOCIALE
Come per le fobie specifiche, anche per la fobia sociale la persona manifesta un’ansia anticipatoria al pensiero di poter interagire con ciò che più teme.
In questo caso, i contesti sociali.
Normalmente tale ansia sociale si spiega sulla base di una iper-sensibilità al giudizio negativo dagli altri e all’emozione di vergogna
Ciò che più si teme, in pratica, è venire giudicati strani, sbagliati, insicuri, stupidi, infantili, diversi, difettosi o inadeguati.
Per evitare ciò, la persona presta grande attenzione al proprio comportamento in ambienti sociali.
Tuttavia, a differenza delle persone che soffrono di fobia specifica, la paura che si vive viene gestita in modo diverso.
Se infatti chi soffre di una fobia specifica può arrivare a fuggire a gambe elevate alla sola vista dell’oggetto fobico, chi soffre di fobia sociale può presentare un maggiore controllo di sé in contesti sociali.
Il motivo è presto detto: non venire giudicati negativamente per la ritirata.
Come risultato di tale chiusura, la persona può apparire introversa, altezzosa, ritirata, poco propensa ad aprirsi agli altri o, in generale, poco interessata al contatto sociale.
Come in una profezia che si auto-avvera, tuttavia, l’eccessivo timore di venire giudicati negativamente dagli altri può portare ad attirare su di sé tali critiche negative.
Non tanto, tuttavia, perché gli altri vedrebbero la persona come realmente difettosa o inadeguata.
Piuttosto perché l’atteggiamento iper-controllato di chi soffre di ansia sociale può trasmettere paradossalmente messaggi di insicurezza.
Tale pensiero è spesso presente in chi soffre del disturbo, al punto che in molti casi si arrivi a provare nei contesti sociali una paura specifica per alcuni comuni sintomi d’ansia, quali l’arrossire o il sudare.
AGORAFOBIA
L’Agorafobia è un problema d’ansia che riguarda innanzitutto la paura di non potersi mettere in salvo in presenza di condizioni esterne impedenti la fuga o il ricevere soccorso in caso di bisogno.
Tali scenari negativi solitamente riguardano i luoghi chiusi, spazi affollati o il ritrovarsi soli in un posto desolato.
Ne sono un esempio il ritrovarsi chiusi in ascensore, in mezzo a una folla, all’interno di una lunga galleria, nel parcheggio seminterrato di un supermercato, all’interno di un aereo, etc.
In tutte queste situazioni la persona sperimenta una grande paura, spesso tanto intensa da culminare in episodi di panico.
Il timore di poter rivivere simile disagio (ansia anticipatoria) spinge così la persona a evitare simili contesti, contribuendo in tal modo al mantenimento del disturbo.
Talvolta tali sintomi d’ansia vengono percepiti anche in situazioni analoghe nelle quali percepiscono un senso di costrizione e un forte bisogno di libertà e spazi personali.
Un classico esempio è la convivenza, il matrimonio o la scelta di avere un figlio, occasioni spesso vissute con analoghi stati d’ansia e tensione emotiva.
In generale, il disturbo viene diagnosticato al soddisfacimento dei seguenti criteri del DSM-5TR:
- Criterio A: paura o ansia marcate relative a due (o più) delle seguenti cinque situazioni:
- Utilizzo dei trasporti pubblici (ad es., automobili, bus, treni, navi, aerei).
- Trovarsi in spazi aperti (ad es., parcheggi, mercati, ponti).
- Trovarsi in spazio chiusi (ad es., negozi, teatri, cinema).
- Stare in fila oppure tra la folla.
- Essere fuori casa da soli.
- Criterio B: l’individuo teme o evita queste situazioni a causa di pensieri legati al fatto che potrebbe essere difficile fuggire oppure che potrebbe non essere disponibile soccorso nell’eventualità che si sviluppi sintomi simili al panico o altri sintomi invalidanti o imbarazzanti.
- Criterio C: la situazione agorafobica provoca quasi sempre paura o ansia.
- Criterio D: le situazioni agorafobiche vengono attivamente evitate, o richiedono la presenza di un accompagnatore, o vengono sopportate con paura o ansia intense.
- Criterio E: la paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto al reale pericolo posto dalla situazione agorafobica e al contesto socioculturale.
- Criterio F: la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.
- Criterio G: la paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
- Criterio H: se è presente un’altra condizione medica (ad es., sindrome dell’intestino irritabile, malattia di Parkinson), la paura, l’ansia o l’evitamento sono chiaramente eccessivi.
- Criterio I: la paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati dai sintomi di un altro disturbo mentale.
DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA
Per molti il problema d’ansia per eccellenza.
La condizione nota come “Disturbo d’ansia generalizzata” esprime infatti una condizione psicologica in cui l’ansia è per l’appunto generalizzata a più situazioni o eventi.
Ciò che spesso caratterizza questo disturbo è la particolare modalità con la quale si cercherebbe di gestire un’ansia tanto frequente e diffusa: il rimuginio.
Ogni qual volta la persona con questo disturbo si trova a vivere un’ansia anticipatoria, cerca di risolvere il proprio disagio ragionando tra sé e sé su ciò che la spaventa.
Anziché farlo in un modo costruttivo, tuttavia, la persona finisce con il prendere come dati di fatti dei semplici pensieri negativi, elaborando sofisticati ragionamenti per scongiurare il rischio che tali scenari mentali possano realizzarsi.
Tutto questo, chiaramente, lascia la persona affaticata, disorientata e irritata nel non riuscire a vedere fine ai propri problemi.
Comune è spesso il ritrovarsi con vuoti di memoria per l’eccessivo pensare attorno a ciò che preoccupa, sulla cui base la persona può maturare ulteriori pensieri negativi, quali il pensiero di aver un problema medico.
Una diagnosi del disturbo si pone al soddisfacimento dei seguenti criteri del DSM-5TR:
- Criterio A: ansia e preoccupazione (attesa apprensiva) eccessive, che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi, relative a una quantità di eventi o di attività (come prestazione lavorative o scolastiche).
- Criterio B: l’individuo ha difficoltà nel controllare la preoccupazione.
- Criterio C: l’ansia e la preoccupazione sono associate a tre (o più) dei seguenti sintomi (con almeno alcuni sintomi presenti per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi):
- Irrequietezza, o sentirsi tesi/e, “con i nervi a fior di pelle”.
- Facile affaticamento.
- Difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria.
- Irritabilità.
- Tensione muscolare.
- Alterazioni del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, o sonno inquieto e insoddisfacente).
- Criterio D: l’ansia, la preoccupazione o i sintomi fisici causano un disagio clinicamente significato o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
- Criterio E: la condizione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (ad es., una droga, un farmaco) o di un’altra condizione medica (ad es., ipertiroidismo).
- Criterio F: il disturbo non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale.
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DISTURBO D’ANSIA DA MALATTIA
Il disturbo d’ansia da malattia è una condizione d’ansia in cui, come è facilmente intuibile, l’ansia appare orientata per lo più attorno alle proprie condizioni di salute.
In passato se ne parlava come di ipocondria, una condizione che ad oggi è stata sostituita da due diverse diagnosi, molto simili tra loro: il Disturbo da sintomi somatici e il Disturbo d’ansia per le malattie (per saperne di più clicca qui).
La differenza sostanziale tra le due condizioni è che nella prima sono presenti dei sintomi corporei su cui la persona rimugina ansiosamente, mentre nella seconda la persona non ha sintomi fisici, ma solo l’ansia per la salute.
Nel complesso, le due condizioni possono essere considerate sovrapponibili in quanto frequentemente si transita da una condizione all’altra nel corso del tempo.
Caratteristica fondamentalmente del disturbo è il percepire se stessi come più vulnerabili, più a rischio di altri nel contrarre specifiche malattie.
È presente spesso anche perfezionismo e una forte responsabilità personale nei confronti di temi relativi alla prevenzione della salute.
Tale aspetto è tanto più evidente quanto più i sintomi fisici che si avvertono non hanno un chiaro riscontro medico.
La persona può infatti spendere tanto tempo, energia e denaro nel tentativo di avere una precisa spiegazione alla base dei sintomi percepiti.
Sfortunatamente, quanto si riceve sono spesso spiegazioni che alludono unicamente a stati d’ansia o problemi psicologici che fanno sentire la persona incompresa, “pazza” o complessata.
Chiaramente, affinché l’ansia da malattia possa venire considerata un disturbo è necessario che vengano soddisfatti specifici criteri del DSM-5TR:
- Criterio A: preoccupazione di avere o contrarre una malattia grave.
- Criterio B: i sintomi somatici non sono presenti e, se presenti, sono solo di lieve intensità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla (ad es., presenza di importante familiarità), la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.
- Criterio C: è presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo al proprio stato di salute.
- Criterio D: l’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (ad es., controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattivo.
- Criterio E: la preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi, ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo.
- Criterio F: la preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale.
CONCLUSIONI
Per quanto utili, tali diagnosi hanno lo svantaggio di dirci poco o nulla su come funziona lo specifico problema d’ansia della persona, e dunque su come poter intervenire psicologicamente per ridurre il disagio.

Più utile, al contrario, si rivela rifarsi all’approccio che in letteratura scientifica va sotto il nome di “formulazione del caso“.
Originariamente proposto dai sostenitori della Terapia Cognitivo Comportamentale, tale approccio prevede di indagare tutti i fattori implicati nell’emergere e nel mantenimento del problema d’ansia.
La conoscenza di tali fattori, infatti, permette di avere una chiara comprensione di come funziona il meccanismo dell’ansia alla base del disagio lamentato dalla persona, permettendo la pianificazione di un piano terapeutico personalizzato.
Tale metodo ha così il pregio di aiutare la persona a far luce su ciò che sta vivendo, permettendole di vedere chiaramente che cosa sarebbe utile fare per tornare a vivere una vita sana ed equilibrata.


















