
PSICOLOGO A VERONA PER DEPRESSIONE
In questa pagina troverai diverse informazioni utili per comprendere se io sia lo Psicologo a Verona che stai cercando per capire se stai soffrendo di depressione ed eventualmente cosa potrei proporti per uscirne.
Qualora comunque tali informazioni non fossero sufficienti, sentiti libero/a di scrivermi o chiamarmi ai recapiti che troverai in fondo alla pagina.
QUANDO CONTATTARMI
Personalmente penso che abbia sempre senso scambiare due parole con uno specialista per comprendere un po’ meglio il malessere che si sta vivendo.
So di essere di parte e dunque non obiettivo rispetto a questo tema.
Ma da quel che ho visto nel mio lavoro come Psicologo a Verona che si occupa di depressione, aiuta sempre parlarne con qualcuno di esterno e possibilmente esperto in materia.
In primis in quanto uno specialista non subisce il “peso” o la “preoccupazione” che certi racconti possono suscitare in chi li ascolta, cosa che spesso frena molte persone dal condividere il proprio disagio ad amici, partner o familiari.
In secondo luogo in quanto lo Psicologo non dà consigli o suggerimenti non richiesti, cosa che invece fanno spesso altre persone, anche solo bonariamente, facendo sentire più incompresi, più inadeguati o più nervosi di quanto già non si starebbe sentendo.
Chiaramente, può preoccupare il sentirsi dire da uno Psicologo che il proprio malessere sia un qualcosa di “serio”, come una depressione.
Serve dunque una certa dose di coraggio per prendere la propria situazione in mano e rivolgersi a uno specialista.
Specialmente se non si è soliti parlare dei propri problemi apertamente e se si intuisce che dentro di sé c’è qualcosa che non sta andando proprio per il verso giusto.
In questi casi, un modo interessante di rispondere può essere rifarsi a un aforisma attribuito ad Aristotele:
«Se c’è soluzione, perché preoccuparsi? Se non c’è soluzione, perché preoccuparsi?».
Ecco, la depressione è una di quelle problematiche che, anche laddove fosse presente, può essere trattata.
Vediamo qualche esempio del modo in cui può manifestarsi.
DEPRESSIONE DA BISOGNO D’AMORE
Da quando si è lasciata con il compagno, Amanda non dorme più come un tempo.
La sera impiega diverso tempo prima di addormentarsi e si sveglia spesso durante la notte senza più riuscire a prendere sonno.
Teme di non trovare più nessuno come lui e questo pensiero l’angoscia al punto da toglierle l’appetito, la concentrazione sul lavoro e il piacere nel fare le cose che un tempo le piaceva fare.
Per Amanda il suo compagno era tutto.
Da quando era piccola aveva sempre sperato d’incontrare un uomo proprio come lui: bello, sicuro, seducente, intelligente.
Tutte caratteristiche, queste, che Amanda sentiva di non avere e di non meritare, non sentendosi mai all’altezza.
Non si vedeva brutta, ma mai bella come quelle donne, con le quali spesso si confrontava, a cui la sorte sembrava come aver lasciato in serbo la possibilità d’incontrare l’amore della loro vita.
Amore che a lei, naturalmente, era negato.
Al contrario, Amanda aveva avuto qualche occasionale storiella qua e là, qualcuna durata anche qualche anno, ma senza che questo le avesse mai permesso di sentirsi realmente felice.
Ricercava un qualcos’altro Amanda, un sentirsi amata per la persona che in fondo sentiva di essere: fragile, insicura, non all’altezza degli altri e a tratti sbagliata.
Un amore incondizionato che forse la donna non aveva mai realmente ricevuto da nessuno in vita.
In famiglia il padre era sempre stato via per la maggior parte del tempo, mentre la madre sembrava capace di dare amore e considerazione a condizione che si facesse quello che la donna voleva.
A differenza della sorella, Amanda si era sempre rifiutata di conformarsi a questi standard, ma la mancanza d’amore e questo sentirsi sempre “non abbastanza” l’avevano profondamente segnata.
Al punto da portarla a fantasticare questo “riscatto affettivo” nella vita con un uomo.
E ora che questo sogno era stato nuovamente infranto, Amanda riviveva tutta l’angoscia, il panico e il dolore di non essere una donna degna di essere amata.
Si trovava spesso a ripensare alla storia con il compagno: a come era nata e a come era finita, a ciò che avrebbe o non avrebbe dovuto fare.
Un rimuginio continuo che la distraeva da tutto il resto, portandola a sentirsi ferma e bloccata.
Senza amore, tutto era infatti diventato di secondaria importanza per Amanda.
Il mangiare, il dormire, il lavorare, il prendersi cura di sé.
Le cose che prima davano emozioni avevano smesso d’improvviso di farlo, diventando nient’altro che doveri, il più delle volte procrastinati a data da destinarsi.
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DEPRESSIONE DA SENSO DI INUTILITÀ
Gianluca ha dedicato gli ultimi 15 anni della sua vita a raggiungere la posizione lavorativa a cui tanto aspirava, e ora che finalmente l’ha ottenuta si sente vuoto.
Dapprima ha iniziato a pensare che ciò dipendesse dal fatto che necessitasse di un nuovo obiettivo, ma ben presto si è reso conto che questo non gli sarebbe bastato per risollevare il suo umore.
Quale altro progetto di vita avrebbe infatti potuto motivarlo così tanto sapendo che poi, una volta raggiunto, avrebbe dovuto nuovamente avere a che fare con un vuoto simile?
Per cosa applicarsi così tanto se poi alla fine il tutto si sarebbe tradotto nuovamente nel doversi porre un nuovo obiettivo per sentirsi vivo?
Da quando Gianluca è entrato in questa spirale di domande esistenziali fatica a trovare un motivo per andare avanti.
Continua ad andare a lavoro, ad andare in palestra, a non far mancare la sua presenza ii casa per la sua famiglia, ma si sente apatico e distante.
Da alcuni mesi non sente più quella spinta vitale che prima lo trascinava nei progetti in cui si investiva.
Al contrario, sente solo pesantezza e fatica nel fare qualunque cosa.
Tutto ciò che gli altri fanno con grande spensieratezza e spontaneità, Gianluca la fa con un grande sforzo o non riesce a farla.
Tutto ciò che ad altri dà emozioni ed entusiasmo, a lui non lascia niente.
Ogni cosa viene fatta per puro senso del dovere.
Un senso del dovere attorno a cui Gianluca si aggrappa per continuare a essere quel minimo attivo da avere una parvenza di vita normale.
Quando tuttavia ha possibilità di pensare solo a sé, Gianluca non fa niente.
Non esce, non fa spesa, non si lava.
Trascorre tutto il tempo in casa, al buio, il più delle volte a letto a dormire, a scrollare roboticamente il suo smartphone o a pensare alla situazione che sta vivendo, cosa che di recente gli sta creando non pochi problemi nel rapporto di coppia.
Gianluca non vede via di uscita dal male in cui è finito e vede attorno a sé persone così distanti rispetto a quello che lui sta vivendo da sentirsi come un alieno proveniente da un altro pianeta.
Gianluca non trova senso nell’andare avanti in questo modo, nel non capire che cosa gli stia capitando.
E proprio per questo talvolta si ritrova con pensieri di farla finita che a tratti lo angosciano e a tratti gli danno sollievo dal peso che tutta questa situazione gli sta procurando.
Specialmente quando gli sembra che anche in futuro la situazione rimarrà la stessa.
COME LAVORO IN PRESENZA A VERONA
Come Psicologo e Psicoterapeuta che a Verona si occupa di depressione, adotto la metodologia della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e altre pratiche terapeutiche di cui ho competenza.
La TCC è un approccio terapeutico che fonda le sue basi nella ricerca scientifica vedendo il problema depressivo come l’esito di più fattori.
In primis, si riconosce una possibile “causa scatenante”, ossia un evento o una serie di eventi spiacevoli che hanno agito comportando uno scombussolamento rispetto all’equilibrio psicologico della persona.
Ne sono un esempio, il licenziamento dal posto di lavoro, l’interruzione di una relazione sentimentale, la scomparsa di un figlio, la progressiva perdita di amici, etc.
A questo viene supposto un seguito di sintomi depressivi espressi sotto forma di disagi emotivi, corporei, psicologici e comportamentali quali i seguenti:
- intensi stati di ansia, rabbia, colpa e tristezza;
- dolori muscolari, mal di testa, insonnia, disturbi gastro-intestinali;
- paure ipocondriache legate a lievi dolori o sensazioni fisiche innocue;
- pensieri svalutanti sulla propria persona, sugli altri o sul mondo;
- irrequietezza o completa letargia.
Seconda la TCC, tali segni distintivi della depressione non emergono tuttavia come diretta conseguenza dell’evento o degli eventi scatenanti.
Al contrario, vengono supposti conseguenza di una modalità di pensiero depressiva presente già prima dell’occorrere di tali eventi e riaccesa come “per sbaglio” da questo susseguirsi di eventi destabilizzanti.
Detto diversamente, in passato la persona avrebbe sviluppato degli schemi mentali predisponenti alla depressione, resi tuttavia inattivi grazie alla presenza di specifici fattori di “compenso”.
Esempio di schema mentale depressivo può essere la convinzione di Amanda di essere una persona non amabile, “neutralizzata” dalla donna grazie alla presenza di una relazione stabile con il compagno.
L’interruzione del rapporto di Amanda segna così l’evento di scompenso della donna a motivo del riaccendersi in lei di quel sentimento di non amabilità e non valore già vissuto nel suo passato.
La terapia, in questo caso, è mirata ad aiutare la persona ad allenire la propria sofferenza psicologica comprendendo insieme alla persona da che cosa sarebbe causata e cosa la starebbe mantenendo.
Identificati i fattori di mantenimento, si cercherebbe così di stabilire una strategia d’intervento individualizzata usando le tecniche proprie della TCC e delle altre forme di terapia di cui ho esperienza.
L’approccio è pratico, collaborativo e orientato al qui e ora, ma non manca di ritornare al passato qualora ciò venisse ritenuto utile da entrambe le parti per dare ragione della sofferenza che oggi si starebbe provando.
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QUALI RISULTATI ASPETTARSI
È un dovere deontologico dello psicologo non illudere le persone con risultati irrealisticamente perseguibili con la terapia.
Come dire, non esistono bacchette magiche in grado di risolvere ogni situazione.
Ciò detto, è altresì innegabile che molti approcci terapeutici hanno mostrato chiare evidenze di efficacia scientifica.
La TCC è una di queste.
Specie per la depressione.
Anzi, è nata proprio per trattare questo tipo di problema.
Il suo ideatore, Aaron Beck, l’ha sviluppata intorno agli anni ’70 proprio lavorando a braccio stretto con chi soffriva di questo problema.
Dagli studi si evince che nell’arco di alcuni mesi si assiste a una significativa riduzione dei sintomi e del disagio.
Fate però attenzione: questo non significa che il problema svanirà per sempre nell’arco di questo tempo.
Bisogna essere sinceri.
Il problema principale della depressione, infatti, non è trovare sollievo dai sintomi, ma prevenire le ricadute.
Per questo la TCC mira non solo a un lavoro di superficie (ridurre i sintomi), ma anche e soprattutto a intervenire sulle cause profonde (schemi cognitivi depressivi) per evitare che successivi eventi stressanti possano riaccendere sopite ferite.
Tale obiettivo è senz’altro perseguibile, ma in tempi un pò più lunghi (6-12 mesi).
DOVE RICEVO A VERONA
A Verona ricevo su appuntamento presso il mio studio sito in Stradone Porta Palio 70.
COME CONTATTARMI
Se vuoi fissare un appuntamento per risolvere un problema depressivo o avere informazioni in più sul mio lavoro come Psicologo a Verona, puoi contattarmi telefonicamente chiamandomi o mandandomi un messaggio su whatsapp, oppure mandandomi un’e-mail ai seguenti recapiti:

Qualora non rispondessi subito, avrò cura di farlo non appena mi sarà possibile.
Diversamente potete contattarmi attraverso il modulo di contatto che trovate qui in basso.









