
PSICOLOGO PER IPOCONDRIA A CAGLIARI
Come Psicologo che a Cagliari si occupa di ipocondria e problemi di ansia da malattia, ho realizzato questa pagina per permetterti di capire se io sia o meno lo specialista che stai cercando.
Di seguito ti verrà spiegato quando ritengo utile rivolgersi a uno psicologo, ti presenterò alcuni casi di ipocondria, ti fornirò informazioni sul mio metodo terapeutico e su quali risultati aspettarti.
Tuttavia, qualora avessi bisogno di ulteriori informazioni, sentiti libero di contattarmi senza impegno ai recapiti che troverai più in basso.
Buona lettura.
QUANDO CONTATTARMI
Solitamente, quando si parla di ipocondria ci si riferisce ad ansie e brutti pensieri circa la propria salute che:
- diventano ossessivi permanendo per diverse ore (criterio di durata)
- persistono per settimane, mesi o anni (criterio di frequenza)
- limitano seriamente la propria qualità di vita (criterio di rilevanza soggettiva)
Solitamente, tuttavia, non è nel vedere soddisfatti tali criteri che chi soffre di ipocondria decide di prende contatto con uno psicologo.
Prima di arrivare a uno psicologo vi è un lungo iter in cui la persona cerca per diverso tempo di gestire il proprio disagio autonomamente, seppure in modi spesso disfunzionali.
Ne sono un esempio:
- il compiere delle ricerche sul web circa la condizione medica temuta;
- l’interrogare sistemi IA, come ChatGPT, per venire rassicurati di non avere ciò che si teme;
- il compiere numerose visite mediche o evitarle del tutto;
- il rimuginare ossessivamente sui propri timori ipocondriaci;
- il monitorare di frequente il corpo, la pressione, il battito cardiaco e varie sensazioni interne;
- il chiedere continuamente rassicurazioni a parenti, amici o esperti in ambito medico;
- il curare compulsivamente l’alimentazione, l’attività sportiva e la pulizia domestica;
- il distrarsi sui social o parlando con qualcuno per non pensare a ciò che si teme;
- il lamentarsi frequentemente per il disagio fisico che si percepisce, etc.
Inizialmente le persone che stanno vicino si mostrano interessate a capire e rassicurare la persona che lamenta i propri disagi e le proprie ansie.
Tuttavia, nel vedere come le stesse restino immutate nel tempo nonostante consigli, rassicurazioni o riscontri medici negativi, tali persone perdono interesse nell’ascolto attivo di chi soffre di ipocondria.
Si inizia così a giudicare, a minimizzare il problema, a inferire che sia soltanto un “problema di testa”, a scaricare il proprio nervosismo su chi soffre di ipocondria, o ad avere problemi di coppia.
Tutto questo lascia la persona che soffre di ipocondria sola e incompresa nel proprio disagio
È allora che si inizia a contemplare seriamente la possibilità di rivolgersi a uno psicologo
Vediamo qualche esempio.
IPOCONDRIA DA CONTESTO FAMILIARE IPERPROTETTIVO
Persino una tosse più sostenuta è capace di indurre in Viola i pensieri più negativi.
In un attimo passa dall’essere una persona sana all’avere una polmonite, un enfisema polmonare, un tumore e chi più ne ha, più ne metta!
Quando il disagio fisico svanisce, Viola è la prima a scherzarci sopra, ma nei giorni precedenti i livelli d’ansia e di disagio si fanno tanto intensi da renderle difficile portare avanti le sue normali attività.
Chiede continuamente rassicurazioni al compagno che, esasperato dalle quelle ansie, le ripete in modo brusco di essere una “pazza scatenata” e di aver preso tutto dalla madre.
Inutile dire che questo porta la ragazza prima a inveire nervosamente contro il compagno, poi a sentirsi incompresa e svilita per un disagio che lei stessa riconosce di far fatica a gestire.
Ne parla così alla madre, alla sorella, a un’amica, che le ripetono sempre di non farsi trattare in quella maniera dal compagno e di lasciarlo.
Ma Viola non riesce a lasciarlo, o forse non vuole.
D’altronde, sa in cuor suo che, se oggi il minimo soffio di vento la fa entrare nell’ansia di contrarre una malattia, una responsabilità è pur imputabile al modo in cui è stata cresciuta ed educata.
I genitori di Viola, infatti, sono sempre state persone molto apprensive, portando così le figlie a vedere in quell’atteggiamento iperprotettivo e controllante un non so che di amorevole e familiare.
Un po’ è anche per questo che Viola soffre nel vedere il suo compagno così distante dal darle il supporto e la cura di cui talvolta sente di aver bisogno.
Specialmente in quelle giornate in cui si sente annoiata, o preoccupata per come stanno evolvendo le cose nel mondo, o delusa da come le stanno andando le cose sul lavoro.
Il disagio fisico diventa così quasi un pretesto inconscio per ricercare un accudimento che la ragazza ha ricevuto soltanto nelle occasioni in cui i genitori entravano in apprensione per il suo stato di salute.
Non che lo faccia apposta, sia chiaro, ma ad oggi Viola sente di far un’enorme fatica a non entrare lei stessa in allarme quando percepisce un malessere fisico, seppur lieve.
Talvolta quel disagio fisico viene da lei accolto come un piacere da tenere nascosto, per evitare di non essere creduta in un disagio che comunque sente e vive.
Ma è come un malessere che Viola ha imparato precedere qualcosa di bello: attenzioni che la ragazza ha ricevuto soltanto nel suo star male fisico, e mai nel suo star male emotivo.
Il compagno intuisce il forte bisogno di attenzioni e affetto della ragazza e, non volendosi prestare a quelli che vede come dei “bisogni da bambini”, la rimprovera di fare la “vittima” e la “bambina viziata”.
Lui stesso, d’altronde, non ha mai conosciuto cure e attenzioni simili a quelle che i genitori di Viola hanno dato alla ragazza, venendo al contrario lasciato solo a badare a se stesso e alla sorellina.
Forse è stato proprio quel desiderio di prendersi cura della ragazza, così come in passato fatto con la sorella, ciò che lo ha portato a innamorarsi di Viola.
Dal canto suo la ragazza non poteva che vedere in quell’atteggiamento direttivo e controllante lo stesso amore vissuto in una famiglia capace di dare “amorevoli” attenzioni solo nel disagio fisico.
A distanza di alcuni anni dal loro primo incontro, quell’amore che li aveva fatti avvicinare sembra oramai distante, e liti su liti contraddistinguono una relazione oramai diventata logora e disfunzionale.
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IPOCONDRIA DA EVENTI TRAUMATICI
Due anni fa Andrea ha subito un’operazione per un’ernia cervicale e da allora non è più lo stesso.
Nei mesi precedenti al ricovero, l’uomo sentiva continuamente un dolore sordo e continuo che gli impediva di portare avanti la sua vita normalmente.
Da grande sportivo, sprezzante del dolore e del pericolo, qual è sempre stato, Andrea si è così visto costretto a un’inerzia a cui non era abituato, caratterizzata da lunghi periodi in casa a riposo.
Inevitabilmente il suo corpo ne risentì, andando a prendere peso e perdendo quella tonicità e quel vigore fisico che lo ha sempre contraddistinto, al punto da farlo sentire più fragile e indifeso.
Andrea, infatti, ha sempre fatto leva sulla propria stazza, robusta e impotente, per definire la propria persona e la propria stima di sé.
E ora che questa stava risentendo di tutta quell’inerzia e inattività, la stessa sicurezza di Andrea e fiducia di sé e dei propri mezzi sembrava vacillare, lasciandolo più insicuro e timoroso.
Anche sul lavoro Andrea sentiva che qualcosa era cambiato, non riuscendo più a tenere testa a colleghi e responsabili arroganti e aggressivi che da sempre avevano provato ad avere la meglio su di lui.
Non sentendosi più sostenuto dalla sua fisicità, faceva fatica ad attingere a quell’energia che aveva sempre avuto e grazie a cui era sempre riuscito a non abbassarsi nei confronti di nessuno.
L’operazione andò bene, ma il timore di potersi nuovamente ritrovare così fragile e impotente come per la prima volta si era sentito non smise mai di accompagnarlo nelle sue giornate.
Al punto da portarlo oggi a sentirsi tale e quale al periodo precedente l’operazione.
La stessa attività sportiva, che oggi avrebbe potuto tranquillamente riprendere seppure a ridotti leggermente ridotti, era stata anteposta ad attività fisiche leggere e non impegnative.
Andrea è infatti terrorizzato dall’idea di perdere nuovamente quegli appigli grazie a cui potersi sentire forte, sicuro di sé, intaccabile dall’esterno.
E benché intuisca di poter oggi vantare un corpo certamente più sano e funzionante, preferisce comunque non correre il rischio di compiere qualcosa capace di perdere tale equilibrio.
Così facendo, tuttavia, Andrea si mantiene in uno stato di insicurezza e ansia per la salute che lo portano ad assumere un atteggiamento nel complesso fin troppo prudente ed evitante.
Come se tutt’oggi si trovasse nello stesso stato di cagionevolezza fisica che in precedenza aveva rappresentato per lui un elemento di rottura con il passato.
Oggi, dunque, Andrea non si vede più forte, sicuro di sé e impavido come in precedenza, ma fragile, timoroso e ansioso.
Un sentimento, quest’ultimo, forse ancora più “antico” di quello che lui stesso pensa, nascosto negli anni grazie a una fisicità che gli aveva permesso di superare molte delle sue paure giovanili.
COME LAVORO A CAGLIARI
La sofferenza di chi vive un problema di ipocondria, come si è visto, ha spesso ha a che fare con sentimenti di solitudine e incomprensione.
Il mio primo compito come Psicologo a Cagliari che offre supporto per problemi di ipocondria è come tale quello di riportare questa sofferenza al primo posto nel processo di cura.
Ciò si esplica nell’offrire un ascolto aperto, interessato e non giudicante capace di far sentire l’altro meno solo nella propria sofferenza.
Passo successivo sarà quello di analizzare nel dettaglio la natura di tale disagio.
Rifacendomi all’approccio della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC), un ruolo importante verrà dato alla comprensione del “funzionamento del disturbo”.
Comprendere che cosa stia alimentando il continuo insorgere di angoscianti pensieri ossessivi di malattia e come la persona li starebbe gestendo nel momento presente ha due scopi:
- porre in luce i convincimenti disfunzionali (fattori cognitivi) che originano il problema;
- evidenziare le azioni maladattive (fattori comportamentali) che lo mantengono.
Da ciò conseguirà la definizione dei convincimenti e delle azioni più funzionali per vedere ridotta l’ansiaper le malattie che angoscia in tal misura la persona in terapia.
Comprendere il problema ipocondriaco porta di riflesso a stabilire una specifica strategia per risolverlo, sulla base delle caratteristiche del problema identificato e della persona che lo sta vivendo.
Come un sarto realizza per il suo cliente un abito su misura, così il terapeuta cerca di realizzare una terapia individualizzata appositamente costruita per raggiungere gli obiettivi terapeutici concordati.
In ogni singola fase di analisi e definizione delle strategie e tecniche da utilizzare, la persona ha un ruolo attivo, come attivo è il ruolo del terapeuta.
La relazione è dunque caratterizzata da un dialogo aperto, collaborativo e cordiale, in cui entrambi gli agenti sono chiamati in causa attivamente nel processo di cura.
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QUALI RISULTATI ASPETTARSI
È importante far presente a chi soffre di ipocondria che alcune delle sensazioni corporee non riconducibili in senso stretto all’ansia per le malattie potrebbero rimanere a conclusione del percorso.
Scopo della terapia, infatti, non è quello di rimuovere le sensazioni corporee che alimentano l’angoscia ipocondriaca, quanto piuttosto l’imparare a tollerarne pacificamente la presenza.
Se infatti non è lecito ritenere a proprio che tali sensazioni siano causate dalla psiche, occorre rimanere aperti alla possibilità che le stesse abbiano una base organica, ossia corporea.
Come tale, dopo essersi accertati che le stesse non siano pericolose, il passo successivo sarà quello di lavorare in terapia sui fattori cognitivi e comportamentali che ne impediscono l’accettazione.
Il primo compito è perseguito dagli specialisti in campo medico, a cui è richiesta l’assunzione di responsabilità nell’offrire garanzie oggettive di sicurezza dei diversi apparati organici.
Il secondo compito è invece perseguito dallo psicologo, a cui è richiesto di aiutare la persona a ritrovare un senso di sicurezza soggettivo pur in presenza di sensazioni interne innocue non meglio spiegate su base medica.
Discorso analogo vale naturalmente per i pensieri angoscianti di malattia, che potrebbero permanere (seppure con frequenza e durata minore) al termine del percorso.
Pensare alla salvaguardia della propria salute (ossia entrare in ansia) non è infatti il problema, a patto che si impari a gestirla in modo utile al fine che la prevenzione non diventi essa stessa un disturbo.
Compito della terapia è quindi aiutare la persona ad accogliere la presenza di questi pensieri angoscianti riducendo il livello di stress emozionale che la loro presenza porta a vivere.
DOVE RICEVO A CAGLIARI
La mia attività professionale come Psicologo a Cagliari che si occupa di depressione al momento è online in video-chiamata tramite Google Meet o Microsoft Teams, ma a breve sarà disponibile anche in presenza in studio.
Se fossi interessato a ricevere supporto online o altre informazioni relative alle sedute, puoi scrivermi o chiamarmi ai recapiti che trovi più in basso.
Diversamente, se volessi venire aggiornato su quando sarà possibile ricevere supporto psicologico in presenza a Cagliari, puoi lasciare i tuoi riferimenti per essere ricontattato non appena attiverò questo servizio.
COME CONTATTARMI
È possibile contattarmi chiamandomi telefonicamente o mandandomi un messaggio su whatsapp, oppure mandandomi un’e-mail ai seguenti recapiti:

Qualora non rispondessi subito, avrò cura di farlo non appena mi sarà possibile.
Diversamente potete contattarmi attraverso il modulo di contatto che trovate qui in basso.











