NON ESSERE ASCOLTATI

non essere ascoltati

scritto da Dr. Alessio Congiu

Ci sono momenti in cui il bisogno di parlare con qualcuno di qualcosa per noi importante si fa più intenso e pressante.

In tali casi non si vorrebbe parlare per far passare il tempo, per distrarsi, né tanto meno per ricevere consigli o soluzioni.

Si parla per aprirsi, per condividere qualcosa che ci pesa.

Spingere il carretto è infatti meno faticoso se affianco a noi c’è qualcuno che ci accompagna lungo il sentiero, senza necessariamente intervenire. Ci fa sentire meno soli nelle nostre fatiche, nei nostri dolori.

Questo è dunque ciò che si vorrebbe:  presenza. Non solo fisica e mentale, ma anche empatica, emotiva.




DI COSA AVREMMO BISOGNO

In questi casi, abbiamo bisogno che l’altro sia lì, con tutto se stesso, come pure…

  • …che ascolti, senza giudicare;
  • …che capisca, prima di aprir bocca;
  • …che non reagisca, a tutti i nostri sfoghi;
  • …che ci supporti, ma non con le parole.

Rimanere fermi, incassando tutti i “colpi” emotivi che le nostre parole potrebbero procurargli. Questo si vorrebbe dall’altro, per condividere la fatica con cui ogni giorno ci si sforza di rimanere in piedi, per non andare K.O.

D’altronde, sono proprio questi i colpi che più pesano quando ci colpiscono: i dolori che si vivono in solitudine, senza che nessuno lì fuori se ne accorga.

È il silenzio che amplifica la sofferenza che già si starebbe vivendo, suggerendoci di essere stati abbandonati a noi stessi, al nostro dolore; o di non valere abbastanza per poter ricevere una giusta considerazione; o ancora di non essere degni di essere accuditi in modo amorevole.

La ferita dei non amati.

non essere ascoltati

COSA POSSIAMO FARE

Certo, non tutti possono comprenderci, specie chi è stato a sua volta orfano di cure. In tali casi, pretendere che l’altro capisca una lingua a lui sconosciuta avrebbe come effetto quello di mantenerci nel dolore di non essere compresi, alimentando in noi l’immagine di non essere degni di quelle cure tanto attese e di quell’amore; richiesto, si, ma mai direttamente.

In assenza di alternative, imparare a prendersi cura di se stessi diventa allora la via da seguire per impedire che le avversità della vita ci deprimano, allontanandoci dal quel sano desiderio di poter ricevere quelle premure oggi tanto attese.

Trovare dentro di sé quell’ amore per se stessi che solo noi possiamo darci.

Come?

Non scappando dal dolore, ma accogliendolo così come vorremmo che venisse accolto dall’altro.

<< L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore, perché non è tutto da gettare via: c’è un dolore che tormenta, e uno che matura; un dolore che distrugge, e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare >> (Romano Battaglia)

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In tali casi non si vorrebbe parlare per far passare il tempo, per distrarsi, né tanto meno per ricevere consigli o soluzioni.

Si parla per aprirsi, per condividere qualcosa che ci pesa.

Spingere il carretto è infatti meno faticoso se affianco a noi c’è qualcuno che ci accompagna lungo il sentiero, senza necessariamente intervenire. Ci fa sentire meno soli nelle nostre fatiche, nei nostri dolori.

Questo è dunque ciò che si vorrebbe:  presenza. Non solo fisica e mentale, ma anche empatica, emotiva.




DI COSA AVREMMO BISOGNO

In questi casi, abbiamo bisogno che l’altro sia lì, con tutto se stesso, come pure…

  • …che ascolti, senza giudicare;
  • …che capisca, prima di aprir bocca;
  • …che non reagisca, a tutti i nostri sfoghi;
  • …che ci supporti, ma non con le parole.

Rimanere fermi, incassando tutti i “colpi” emotivi che le nostre parole potrebbero procurargli. Questo si vorrebbe dall’altro, per condividere la fatica con cui ogni giorno ci si sforza di rimanere in piedi, per non andare K.O.

D’altronde, sono proprio questi i colpi che più pesano quando ci colpiscono: i dolori che si vivono in solitudine, senza che nessuno lì fuori se ne accorga.

È il silenzio che amplifica la sofferenza che già si starebbe vivendo, suggerendoci di essere stati abbandonati a noi stessi, al nostro dolore; o di non valere abbastanza per poter ricevere una giusta considerazione; o ancora di non essere degni di essere accuditi in modo amorevole.

La ferita dei non amati.

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COSA POSSIAMO FARE

Certo, non tutti possono comprenderci, specie chi è stato a sua volta orfano di cure. In tali casi, pretendere che l’altro capisca una lingua a lui sconosciuta avrebbe come effetto quello di mantenerci nel dolore di non essere compresi, alimentando in noi l’immagine di non essere degni di quelle cure tanto attese e di quell’amore; richiesto, si, ma mai direttamente.

In assenza di alternative, imparare a prendersi cura di se stessi diventa allora la via da seguire per impedire che le avversità della vita ci deprimano, allontanandoci dal quel sano desiderio di poter ricevere quelle premure oggi tanto attese.

Trovare dentro di sé quell’ amore per se stessi che solo noi possiamo darci.

Come?

Non scappando dal dolore, ma accogliendolo così come vorremmo che venisse accolto dall’altro.

<< L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore, perché non è tutto da gettare via: c’è un dolore che tormenta, e uno che matura; un dolore che distrugge, e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare >> (Romano Battaglia)

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