L’AUTOSTIMA

stimare se stessi

Tra i vari temi presenti all’interno della psicologia, quello dell’autostima gioca senz’altro un ruolo di primo piano. Il motivo è presto detto: la stretta relazione presente tra il  disagio psico-emotivo e le carenze o eccessi di autostima.

Cerchiamo dunque di porre maggiore luce su un fenomeno che troppo spesso viene trattato in modo riduzionistico e semplicistico.

CHE COS’È L’AUTOSTIMA?

capire se stessi

Solitamente con il termine autostima si è soliti indicare tanto quell’insieme di processi psicologici che ci portano ad attribuire un determinato valore alla globalità della nostra persona, quanto il valore complessivo risultante da questi processi.

Parlare di autostima nei termini di processi psicologici equivale sostanzialmente ad intendere l’autostima come una capacità. Non una capacità qualsiasi, tuttavia, ma quella che porta la persona ad attribuire a se stessa un dato giudizio.

Come tutti i giudizi, il valore che potremmo attribuirci potrebbe essere positivo (stima) o negativo (disistima).

Tale dicotomia ci permette dunque di intendere l’autostima come quella specifica capacità che consente di giudicarci all’interno di un continuum delimitato da questi due poli opposti, con la posizione centrale ad attestare una condizione neutrale di assenza di giudizio.

giudicarsi

Concettualizzare l’autostima in questo modo non appare una semplice congettura teorica, avendo al contrario delle importanti implicazioni pratiche.

Molto spesso, infatti, persone che lamentano una mancanza di autostima appaiono in realtà ben in grado di giudicare la propria persona, benché in modo globalmente più negativo che positivo.

Questo aspetto non appare scontato; affermare che la persona si stia valutando negativamente, infatti, porta a riconoscere come intatta la capacità di stimare se stessi, riconducendo il problema della bassa autostima alla presenza di giudizi negativi più che all’assenza di giudizi positivi.

A rendere particolarmente desiderabile la presenza di giudizi positivi, dunque, sarebbe la presenza di quegli stessi giudizi negativi (e delle emozioni spiacevoli che tali giudizi comportano) che starebbero impedendo alla persona di apprezzarsi così com’è.

Come una persona vedrebbe accresciuto il valore delle vacanze estive in presenza di un prolungato stress lavorativo, allo stesso modo chi è solito giudicarsi negativamente vede l’apprezzamento di sé come la soluzione ai propri problemi di autostima, dimenticando per contro l’importanza funzione svolta dalla semplice rimozione dell’attività di giudizio negativo che già starebbe agendo nel momento presente.

È questo il caso, ad esempio, di chi fosse solito criticarsi per il proprio aspetto corporeo, riconducendo tale autocritica a personali carenze di autostima e idealizzando, per contro, coloro che vedrebbe più capaci di apprezzarsi pur con un corpo da questi ritenuto disgustoso e ripugnante.

Diversamente da quanto potrebbe credere, l’assenza in tali persone di un’attività di giudizio negativa per il proprio aspetto corporeo non necessariamente equivarrebbe alla presenza in queste ultime di valutazioni positive per il proprio corpo, essendo infatti possibile la presenza della condizione neutrale sopra descritta: l’assenza di giudizio.

Pertanto, il non giudicarsi negativamente non porta di riflesso a giudicarsi positivamente, essendo possibile tale condizione intermedia di neutralità.

Chi non attribuisce particolare rilevanza al proprio aspetto estetico mancherà, ad esempio, di valutarsi in modo positivo in presenza di un aspetto corporeo da altri fortemente desiderato, come pure di valutarsi in modo negativo in presenza di un aspetto corporeo da questi ultimi ritenuto disprezzabile.

In breve, sarà presente una condizione di assenza di giudizio in relazione all’ambito estetico, erroneamente intesa da chi si percepisce distante rispetto ai propri canoni estetici come condizione di maggiore autostima.

problemi di autostima

Tale errore interpretativo costa caro a chi detiene di sé un’immagine di scarso valore personale: idolatrando le persone con cui avverrebbe il confronto, infatti, la persona con una bassa autostima troverebbe più prove che disconferme a favore del proprio disvalore personale, andando ad incrementare la percezione di bassa autostima e la percezione di diversità rispetto agli altri, alla base dei fenomeni di idealizzazione.

Ora, ipotizzare che l’autostima esprima la capacità di giudicare la propria persona chiama necessariamente in causa il bisogno di definire i criteri per mezzo dei quali esprimere tali valutazioni.

Sulla base di che cosa, infatti, la persona arriva a giudicare se stessa in termini positivi o negativi?

Tale domanda trova risposta nei valori a cui si starebbe vincolando la propria condotta.

Ad esempio, una persona fortemente orientata al rispetto dei propri doveri in tutti gli ambiti della propria vita potrebbe stare vincolando l’adempimento delle proprie mansioni alla difesa del valore della responsabilità personale.

Ancora, la resistenza interna che vive una persona omosessuale all’idea di venire allontanata dalla propria famiglia d’origine a seguito della rivelazione del proprio orientamento sessuale, potrebbe attestare la difesa del valore della famiglia.

I valori esprimono dunque degli scopi terminali a cui costantemente tendiamo, ma che, proprio in virtù della loro natura astratta e immateriale, non possono essere mai raggiunti una volta per tutte, portandoci costantemente a valutare quanto i nostri comportamenti siano o meno in linea con tali mete ideali.

Poiché i valori si costruiscono attorno a coppie di significati opposti tra loro, la semplice presenza di un valore è tale da generarne un altro di significato opposto e ad esso complementare.

scontro tra opposti

Ad esempio, coltivare il valore dell’onestà porta di riflesso a rendere disdicevole ogni condotta compiuta perseguendo il valore della disonestà; allo stesso modo, l’importanza attribuita al valore della salute delegittima ogni comportamento legato ad un incremento del rischio di contrarre una malattia, e così via.

A rendere più complesso il quadro appena delineato subentra il significato soggettivo che ciascuno di noi attribuisce ai comuni lemmi utilizzati per indicare i valori che normalmente vengono promossi all’interno di una data cultura.

Va da sé che, tanto più complesso è il concetto sotteso al lemma indicato per riferirsi al valore perseguito, quanto più è probabile che il significato attribuito dalla persona a tale lemma risenta del modo personale d’intendere quel concetto.

Ad esempio, sebbene perseguire il valore dell’intelligenza porti di riflesso a ritenere riprovevole ogni condotta legata all’immaginario della stupidità, comprendere quali comportamenti possano portare la persona a giudicarsi positivamente o negativamente non appare chiaro dall’esterno.

L’intelligenza, d’altronde, è un concetto controverso, la cui definizione può variare a seconda del significato che la persona gli starebbe attribuendo.

Per alcuni l’essere intelligenti può equivalere alla rapidità di ragionamento e alla scaltrezza nel trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile; per altri, invece, l’intelligenza potrebbe essere associata all’immaginario della riflessione lenta e accurata , della calma, della pazienza.

Appurato dunque che l’autostima sia una capacità legata a processi psicologici di giudizio, e che i valori esprimano i criteri per mezzo dei quali compiere tali valutazioni, non resta che comprendere come dall’attribuirsi un giudizio specifico, circoscritto nel tempo e legato a fattori esterni, si giunga ad auto-attribuirsi un giudizio globale, stabile e dipendente principalmente da fattori interni.

COME NASCE L’AUTOSTIMA?

sviluppo autostima

Concettualizzare l’autostima come un insieme di processi ci è utile per comprendere il modo con cui solitamente si arriva alla costruzione di un’immagine di sé globale, stabile e legata a fattori interni.

È questa immagine, infatti, ciò a cui normalmente ci si riferisce quando si parla di autostima: un’immagine positiva o negativa della propria persona, supposta stabile nel tempo, generalizzata e vincolata a caratteristiche personali.

Ma come fanno i processi psicologici che sottendono la capacità dell’autostima a portare alla formazione di tale immagine di sé?

Come si cristallizza il processo di attribuzione del proprio valore personale?

Le capacità immaginative di cui dispone l’essere umano sono tali da portarci a costruire costantemente rappresentazioni di noi stessi.

L’autostima, qui intensa come struttura interna stabile del Sé, non è altro che  una rappresentazione simile, costruita proprio grazie all’accumularsi delle diverse rappresentazioni di se stessi maturate nel corso della propria vita

Possiamo intendere tale rappresentazione globale di sé come una sorta di fotografia di noi stessi, costruita sulla base di tutte le varie foto istantanee della nostra persona scattate di anno in anno, di giorno in giorno.

fotografarsi ogni giorno

Ora, se come per magia riuscissimo ad osservare tale rappresentazione come se fosse un qualcosa di esterno alla nostra persona non saremmo in grado di attribuire ad essa alcun valore.

Non potremmo dire, ad esempio, se tale fotografia fosse positiva o negativa. Essa ci apparirebbe semplicemente come un’immagine, un’astrazione, un semplice artificio che la mente  avrebbe prodotto in un dato momento.

Perché dunque sia possibile attribuire ad essa un significato è necessario ricorrere a quei famosi criteri già introdotti in precedenza, noti più in generale come valori.

Avremmo quindi che, se la rappresentazione di noi stessi fosse in linea con i valori che staremmo perseguendo, il giudizio che potremmo rivolgere alla nostra persona sarebbe globalmente positivo; viceversa, se tale rappresentazione fosse distante dai nostri valori, il giudizio che le attribuiremmo sarebbe certamente negativo.

Tuttavia, poiché non siamo in grado di estraniarci da noi stessi, l’idea che nel corso tempo maturiamo sulla nostra persona non è mai neutra, ma risente dapprincipio delle costanti valutazioni su di noi che compiamo sulla base del nostro comportamento.

In breve, ciascuna delle foto istantanee che nel corso della nostra vita avremmo “scattato” alla nostra persona presenterebbe un determinato valore, rappresentandoci ora in modo positivo, laddove stessimo ritenendo la nostra condotta coerente con i valori da noi perseguiti, ora in negativo, laddove percepissimo il nostro comportamento incongruente con questi ultimi.

L’immagine globale che alla fine avremmo di noi stessi risulterà pertanto positiva o negativa a seconda della quantità e della qualità delle singole foto accumulate, ossia della frequenza con cui nel corso nella nostra vita ci saremmo valutati in un dato modo, e dell’intensità emotiva scaturita da ciascuno di questi giudizi.

Va da sé che una vita di continui insuccessi ed autocritiche porterà più facilmente alla propria mente ricordi che, presi nel loro insieme, porteranno a rappresentare di sé un’immagine di persona incapace e incompetente; allo stesso modo, una vita di successi, ma di scarsa rilevanza personale, non permetterà di allontanare quell’immagine negativa di sé che maturerebbe a seguito di un unico, ma deciso, fallimento.

I criteri di frequenza e intensità ci aiutano dunque a comprendere come, da una normale attività circostanziata di giudizio, si arrivi a sviluppare una vera e propria idea negativa di sé stabile nel tempo.

Personaggi Winnie Pooh

A tutti, infatti, capita di giudicarsi. Tali giudizi, tuttavia, hanno un impatto diverso sulla nostra vita a seconda della frequenza con cui occorrerebbero e dell’intensità dell’emozione che ci porterebbero a vivere.

Un conto, infatti, è colpevolizzarsi durante il breve viaggio in macchina per andare a lavoro, all’idea di aver scordato di innaffiare la pianta regalataci la sera prima da una persona cara; un’altra invece è colpevolizzarsi ogni giorno per l’interruzione di un matrimonio su cui si era investita una parte consistente della propria vita.

Parlare di autostima come di una struttura stabile nel tempo equivarrà dunque a riferirsi a quell’idea o a quell’immagine di sé risultante dall’accumularsi di giudizi positivi o negativi rivolti nel corso del tempo alla propria persona, in funzione di quanto, di volta in volta, le proprie azioni fossero state giudicate conformi ai valori che si stava perseguendo.

La presenza di tale immagine di sé spiega il motivo per il quale ciascuno di noi potrebbe essere potenzialmente in grado di valutarsi in modo positivo o negativo.

Non sempre, tuttavia, le persone appaiono capaci di attribuire a se stesse un simile giudizio.

QUANDO NON È PRESENTE L’AUTOSTIMA?

non avere autostima

Riconoscere che l’autostima è prima di tutto una capacità, presuppone che la persona possa essere o meno in grado di attribuire a se stessa un dato valore. Nessuna soluzione intermedia vi sarebbe dunque tra questi due poli opposti.

Al pari delle altre capacità dell’essere umano, infatti, affermare l’assenza di tale capacità equivarrà a riconoscere nell’individuo la presenza di una limitazione nei processi psicologici che assolvono la funzione di attribuire un giudizio alla propria persona.

Tale limitazione sopraggiunge sovente durante condizioni psico-fisiche caratterizzate  dall’assenza di:

  • coscienza di se stessi
  • ricordi delle esperienze passate
  • valori o scopi personali

Ad esempio, la perdita di coscienza che si presenta durante stati di coma limita la capacità della persona di valutare se stessa per tutta la durata dello stato di incoscienza.

L’incapacità temporanea di ricordare informazioni su di sé, che può presentarsi a seguito di traumi o eventi particolarmente stressanti (amnesia  dissociativa), diversamente, esprime un valido esempio di limitazione funzionale a breve termine legata all’assenza di ricordi a cui rifarsi per valutare la globalità della propria persona.

Ancora, eventi di vita che mettono in crisi il proprio sistema di valori (es., perdita della fede a seguito della morte di un figlio) possono portare a sperimentare una parziale perdita di significato che limita la capacità di autostima per tutto il tempo necessario alla ridefinizione identitaria.

Come è facilmente intuibile, tali limitazioni variano in relazione al tempo di permanenza delle condizioni che starebbero ostacolando il normale funzionamento dei processi psicologici legati all’autostima.

limite autostima

Ad esempio, la perdita irreversibile di ricordi episodici personali, che può presentarsi  nei gravi casi di malattia di Korsakoff legati ad alcolismo (amnesia autobiografica), riflette una condizione di limitazione funzionale a lungo termine della capacità di stimare la propria persona sulla base delle esperienze pregresse.

Vero è, tuttavia, che la complessità dell’essere umano è tale da poter permettere l’acquisizione di capacità compensatorie utili al sostentamento di diversi processi psicologici, non per ultimi quelli legati all’autostima.

Ad esempio, la possibilità per il cervello di rigenerare le cellule nervose e la parallela possibilità di apprendere nuove esperienze, permettono in molti casi di acquisire conoscenze su di sé, sugli altri o sul mondo che appaiono utili ad aggirare le limitazioni psico-fisiche sopra descritte.

Ora, affermare che le persone possano o meno essere capaci di stimare se stesse non spiega il motivo per il quale alcune di queste appaiono come più capaci di altre ad esercitare tali capacità.

Questo è il motivo per il quale solitamente si affianca al concetto di capacità quello di abilità.

Parlare di abilità in relazione al tema dell’autostima ci consente dunque di intendere quest’ultima come un qualcosa di migliorabile e allenabile al pari delle altre abilità in nostro possesso.

CHE RUOLO SVOLGE L’AUTOSTIMA NEL NOSTRO EQUILIBRIO PSICO-EMOTIVO?

in equilibrio precario

Mantenere di sé un’immagine globalmente positiva ha naturalmente i suoi pregi, primo tra tutti quello di ridurre l’impatto emotivo conseguente a circoscritti momenti di autocritica.

Far leva su un’immagine di sé positiva, infatti, permette di evitare che i giudizi negativi, che di tanto in tanto potremmo rivolgere alla nostra persona, perdurino troppo a lungo (criterio di frequenza) e/o attivino emozioni particolarmente difficili da gestire (criterio di intensità).

Diversamente, avere di sé un’immagine globalmente negativa si associa a fenomeni diametralmente opposti, incrementando la possibilità di sviluppare diverse condizioni di disagio psico-emotivo.

Non è un caso, infatti, se la maggior parte delle problematiche psicologiche sembra associarsi alla presenza di una bassa autostima, intendendo con quest’ultima quell’idea sottostante di sé come persona di scarso valore.

Idee negative differenti tra loro sono in grado di alimentare disagi psicologici differenti a seconda dei valori specifici a cui la persona starebbe attribuendo importanza.

Ad esempio, idee disfunzionali relative alle tematiche di auto-realizzazione personale (es., “Sono incapace!”) o apprezzabilità sociale (es., “Non sono degno di essere amato!”) possono portare all’emergere di problematiche depressive laddove associate rispettivamente alla frustrazione delle mete valoriali dell’autonomia e dell’interdipendenza.

Al contrario, idee sul sé chiamanti in causa temi di responsabilità personale per danno procurato a terzi (es., “Sono colpevole!”) possono comportare problematiche ossessive laddove associate al perseguimento di  mete valoriali legate al ligio rispetto del proprio codice normativo etico e morale.

Va da sé che le idee su se stessi, che si associano ad una minore autostima, sono quelle che più di altre portano la persona a percepirsi distante dai propri valori.

Attribuire valore al mantenimento di una buona immagine sociale, ad esempio, alimenta fenomeni di ansia sociale in chi detenesse di sé un’idea di persona facilmente criticabile dagli altri (es., “Sono brutta!”) nei domini a cui si starebbe attribuendo più importanza (es., aspetto estetico).

Ancora, attribuire più importanza all’esito di una prestazione piuttosto che all’impegno con il quale tale prestazione sarebbe stata portata avanti  può associarsi ad una forte rabbia e frustrazione laddove presente un’idea di sé come persona non in grado di raggiungere i propri obiettivi (es., “Sono un incapace!”).

Nel complesso, potremmo affermare che avere un’immagine di sé globalmente positiva permette di percepirsi più vicini a quell’immagine di sé ideale che si vorrebbe raggiungere, alimentando la convinzione di poterla raggiungere e con essa la motivazione e la determinazione a migliorarsi.

determinazione

Per contro, avere di sé un’immagine globalmente negativa può portare a percepirsi come distanti dall’immagine di sé desiderata, portando a perdere la fiducia di poter cambiare la propria condizione personale ed alimentando di riflesso demoralizzazione e rassegnazione.

demoralizzarsi

Così posta, dunque, la problematicità relativa alla presenza di una bassa autostima sembra legata soprattutto all’effetto paralizzante che può comportare, ad un livello astratto, nel ridurre la distanza tra il sé reale e quello ideale e, ad un livello pratico, nell’impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi personali.

Meno intuitiva, invece, appare la problematicità legata alla presenza di un’alta autostima, quale è quella che può associarsi a condizioni di Disturbo Narcisistico di Personalità o alle fasi maniacali del Disturbo Bipolare.

In breve, avere di sé un’immagine eccessivamente grandiosa e superba potrebbe portarci a rapportarci nei confronti degli altri in modo “aggressivo”, ossia ad anteporre i propri bisogni e i propri valori a quelli altrui.

È questa una situazione che accomuna tutte quelle problematiche psicologiche in cui la sofferenza emotiva appare più legata alle ripercussioni delle proprie azioni nel lungo periodo, piuttosto che nel breve periodo, come sovente capita a chi presenta una bassa autostima.

Non è un caso, infatti, se tali problematiche siano quelle per le quali le persone richiedono meno frequentemente assistenza agli specialisti, proprio in virtù dell’assenza nell’immediato di quel disagio che porta invece chi vive una bassa stima di sé a ricercare fin da subito un aiuto professionale.

Un’eccessiva stima di se stessi può dunque diventare “problematica” nella misura in cui portasse la singola persona a cercare di raggiungere i propri obiettivi a qualunque costo, anche a discapito dei bisogni e dei valori con cui normalmente entra in relazione.

COME MODIFICARE LA PROPRIA AUTOSTIMA?

aumentare l'autostima

Domanda quest’ultima tra le più frequenti che le persone rivolgono ad uno psicologo, benché spesso frutto di un comune fraintendimento: il ritenere il problema di autostima una questione di mancanza più che di presenza.

Come è stato accennato in precedenza, a rivolgersi agli specialisti sono soprattutto le persone che vivono condizioni di disagio psico-emotivo associate ad una bassa autostima.

Costoro, infatti, avvertono in misura più pressante di quanto non capiti a chi invece presenta un’eccesso di autostima il bisogno di gestire le intense e frequenti emozioni spiacevoli che solitamente si associano ad immagini particolarmente sgradevoli di sé.

Alla base di tale disagio, tuttavia, non vi sarebbe esclusivamente lo scarso esercizio dell’abilità di valutare in modo positivo la propria persona, essendo infatti tale abilità associata alla possibilità di sperimentare emozioni positive, più che a quella di ridurre quelle negative.

Al contrario, a spiegare la presenza del disagio emotivo lamentato da tali persone sarebbe piuttosto l’esercizio preciso e costante dell’abilità di giudicarsi in modo negativo; dunque, un problema di presenza di giudizi negativi, più che di assenza di giudizi positivi.

l'autocritica

Se, come precedentemente sostenuto, tale attività di giudizio fosse legata alla presenza di un’idea disfunzionale di sé, si potrebbe altresì supporre che tale auto-critica dipenda più da fattori interni supposti stabili e generali, piuttosto che da fattori esterni circostanziali e specificatamente legati a determinati eventi.

Sono questi i casi in cui, da una normale attività di giudizio negativa, si passerebbe all’assunzione costante di un atteggiamento giudicante.

Ad esempio, l’attitudine a giudicarsi negativamente, che spesso è possibile ritrovare in chi soffre di un Disturbo Depressivo, è tale da portare la persona a svalutarsi indipendentemente dagli specifici eventi esterni che potrebbero presentarsi.

In simili casi, infatti, ogni circostanza verrebbe letta alla luce dell’idea negativa che già si avrebbe di sé, arrivando a trovare costanti conferme del proprio scarso valore personale in ogni singola circostanza, specialmente nelle fasi più acute del disturbo.

Una simile attitudine al giudizio negativo, nota ai più come atteggiamento pessimistico, è dunque legata alla presenza di un’idea negativa di sé dalla quale ci si starebbe continuamente proteggendo.

Se quindi ci domandassimo cosa poter fare per incrementare la nostra autostima, una prima risposta che potremmo offrire sarebbe quella di ridurre quell’atteggiamento giudicante che staremmo assumendo in diversi momenti della nostra giornata.

Altre volte, al contrario, l’autostima potrebbe incrementare semplicemente cercando di assumere un atteggiamento meno compiacente di quello che solitamente si potrebbe stare assumendo per compensare le proprie mancanze.

Di grande utilità si rivelerebbe altresì provare ad impegnarsi in modo autonomo in molti dei compiti che solitamente si starebbe demandando a coloro verso cui fosse presente un legame di dipendenza affettiva.

La diversità delle soluzioni che potrebbero essere adottare spiega tra l’altro il motivo per il quale si rivela solitamente più utile, prima di qualunque azione, comprendere quali fossero le occasioni che ci stessero portando a valutarci in modo negativo.

Non è un caso, infatti, se ci si ritrovasse a vivere come d’improvviso un livello più basso di autostima, essendo tali atteggiamenti giudicanti, compiacenti e dipendenti strettamente legati a bisogni di sicurezza e protezione personale.

proteggersi

Riconoscere dunque la funzione difensiva di tali strategie ci è utile per scoprire come ri-orientarci verso i nostri valori, contrastando quel senso di demoralizzazione che spesso potremmo vivere nel sentirci troppo distanti da essi.

Di non secondaria importanza sarebbe, in aggiunta, il riuscire a mettere in discussione quell’idea negativa di sé che starebbe orientando tutti i processi psicologici di auto-critica alla base della nostra bassa autostima.

In breve, cercare di comprendere quali prove avremmo a conferma dell’idea di essere una persona di scarso valore, per procedere successivamente alla messa in discussione di ciascuna di essere, una pratica nota in psicoterapia con il termine di ristrutturazione cognitiva.

Naturalmente è più utile svolgere tale operazione se opportunamente guidati da un professionista esperto dei diversi meccanismi psicologici ed emotivi, al fine di prevenire possibili complicazioni prodotte da una gestione scorretta del proprio disagio.

Sarebbe proprio per tali finalità preventive che gli psicologi solitamente evitano di articolare in modo eccessivo tutte le operazioni pratiche che potrebbero essere compiute per gestire le diverse condizioni di disagio emotivo.

In assenza di una chiara comprensione di come funziona la mente, infatti, il rischio di aggravare la propria condizione psico-emotiva utilizzando tecniche pur efficaci sarebbe reale e concreto.

Nel dubbio, pertanto, meglio fare poco o nulla, preferendo piuttosto contattare uno specialista, essendo infatti tali tentativi di gestione della propria sofferenza, nella maggior parte dei casi, il primo e vero fattore alimentante il proprio disagio.

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L’AUTOSTIMA

stimare se stessi

Tra i vari temi presenti all’interno della psicologia, quello dell’autostima gioca senz’altro un ruolo di primo piano. Il motivo è presto detto: la stretta relazione presente tra il  disagio psico-emotivo e le carenze o eccessi di autostima.

Cerchiamo dunque di porre maggiore luce su un fenomeno che troppo spesso viene trattato in modo riduzionistico e semplicistico.

CHE COS’È L’AUTOSTIMA?

capire se stessi

Solitamente con il termine autostima si è soliti indicare tanto quell’insieme di processi psicologici che ci portano ad attribuire un determinato valore alla globalità della nostra persona, quanto il valore complessivo risultante da questi processi.

Parlare di autostima nei termini di processi psicologici equivale sostanzialmente ad intendere l’autostima come una capacità. Non una capacità qualsiasi, tuttavia, ma quella che porta la persona ad attribuire a se stessa un dato giudizio.

Come tutti i giudizi, il valore che potremmo attribuirci potrebbe essere positivo (stima) o negativo (disistima).

Tale dicotomia ci permette dunque di intendere l’autostima come quella specifica capacità che consente di giudicarci all’interno di un continuum delimitato da questi due poli opposti, con la posizione centrale ad attestare una condizione neutrale di assenza di giudizio.

giudicarsi

Concettualizzare l’autostima in questo modo non appare una semplice congettura teorica, avendo al contrario delle importanti implicazioni pratiche.

Molto spesso, infatti, persone che lamentano una mancanza di autostima appaiono in realtà ben in grado di giudicare la propria persona, benché in modo globalmente più negativo che positivo.

Questo aspetto non appare scontato; affermare che la persona si stia valutando negativamente, infatti, porta a riconoscere come intatta la capacità di stimare se stessi, riconducendo il problema della bassa autostima alla presenza di giudizi negativi più che all’assenza di giudizi positivi.

A rendere particolarmente desiderabile la presenza di giudizi positivi, dunque, sarebbe la presenza di quegli stessi giudizi negativi (e delle emozioni spiacevoli che tali giudizi comportano) che starebbero impedendo alla persona di apprezzarsi così com’è.

Come una persona vedrebbe accresciuto il valore delle vacanze estive in presenza di un prolungato stress lavorativo, allo stesso modo chi è solito giudicarsi negativamente vede l’apprezzamento di sé come la soluzione ai propri problemi di autostima, dimenticando per contro l’importanza funzione svolta dalla semplice rimozione dell’attività di giudizio negativo che già starebbe agendo nel momento presente.

È questo il caso, ad esempio, di chi fosse solito criticarsi per il proprio aspetto corporeo, riconducendo tale autocritica a personali carenze di autostima e idealizzando, per contro, coloro che vedrebbe più capaci di apprezzarsi pur con un corpo da questi ritenuto disgustoso e ripugnante.

Diversamente da quanto potrebbe credere, l’assenza in tali persone di un’attività di giudizio negativa per il proprio aspetto corporeo non necessariamente equivarrebbe alla presenza in queste ultime di valutazioni positive per il proprio corpo, essendo infatti possibile la presenza della condizione neutrale sopra descritta: l’assenza di giudizio.

Pertanto, il non giudicarsi negativamente non porta di riflesso a giudicarsi positivamente, essendo possibile tale condizione intermedia di neutralità.

Chi non attribuisce particolare rilevanza al proprio aspetto estetico mancherà, ad esempio, di valutarsi in modo positivo in presenza di un aspetto corporeo da altri fortemente desiderato, come pure di valutarsi in modo negativo in presenza di un aspetto corporeo da questi ultimi ritenuto disprezzabile.

In breve, sarà presente una condizione di assenza di giudizio in relazione all’ambito estetico, erroneamente intesa da chi si percepisce distante rispetto ai propri canoni estetici come condizione di maggiore autostima.

problemi di autostima

Tale errore interpretativo costa caro a chi detiene di sé un’immagine di scarso valore personale: idolatrando le persone con cui avverrebbe il confronto, infatti, la persona con una bassa autostima troverebbe più prove che disconferme a favore del proprio disvalore personale, andando ad incrementare la percezione di bassa autostima e la percezione di diversità rispetto agli altri, alla base dei fenomeni di idealizzazione.

Ora, ipotizzare che l’autostima esprima la capacità di giudicare la propria persona chiama necessariamente in causa il bisogno di definire i criteri per mezzo dei quali esprimere tali valutazioni.

Sulla base di che cosa, infatti, la persona arriva a giudicare se stessa in termini positivi o negativi?

Tale domanda trova risposta nei valori a cui si starebbe vincolando la propria condotta.

Ad esempio, una persona fortemente orientata al rispetto dei propri doveri in tutti gli ambiti della propria vita potrebbe stare vincolando l’adempimento delle proprie mansioni alla difesa del valore della responsabilità personale.

Ancora, la resistenza interna che vive una persona omosessuale all’idea di venire allontanata dalla propria famiglia d’origine a seguito della rivelazione del proprio orientamento sessuale, potrebbe attestare la difesa del valore della famiglia.

I valori esprimono dunque degli scopi terminali a cui costantemente tendiamo, ma che, proprio in virtù della loro natura astratta e immateriale, non possono essere mai raggiunti una volta per tutte, portandoci costantemente a valutare quanto i nostri comportamenti siano o meno in linea con tali mete ideali.

Poiché i valori si costruiscono attorno a coppie di significati opposti tra loro, la semplice presenza di un valore è tale da generarne un altro di significato opposto e ad esso complementare.

scontro tra opposti

Ad esempio, coltivare il valore dell’onestà porta di riflesso a rendere disdicevole ogni condotta compiuta perseguendo il valore della disonestà; allo stesso modo, l’importanza attribuita al valore della salute delegittima ogni comportamento legato ad un incremento del rischio di contrarre una malattia, e così via.

A rendere più complesso il quadro appena delineato subentra il significato soggettivo che ciascuno di noi attribuisce ai comuni lemmi utilizzati per indicare i valori che normalmente vengono promossi all’interno di una data cultura.

Va da sé che, tanto più complesso è il concetto sotteso al lemma indicato per riferirsi al valore perseguito, quanto più è probabile che il significato attribuito dalla persona a tale lemma risenta del modo personale d’intendere quel concetto.

Ad esempio, sebbene perseguire il valore dell’intelligenza porti di riflesso a ritenere riprovevole ogni condotta legata all’immaginario della stupidità, comprendere quali comportamenti possano portare la persona a giudicarsi positivamente o negativamente non appare chiaro dall’esterno.

L’intelligenza, d’altronde, è un concetto controverso, la cui definizione può variare a seconda del significato che la persona gli starebbe attribuendo.

Per alcuni l’essere intelligenti può equivalere alla rapidità di ragionamento e alla scaltrezza nel trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile; per altri, invece, l’intelligenza potrebbe essere associata all’immaginario della riflessione lenta e accurata , della calma, della pazienza.

Appurato dunque che l’autostima sia una capacità legata a processi psicologici di giudizio, e che i valori esprimano i criteri per mezzo dei quali compiere tali valutazioni, non resta che comprendere come dall’attribuirsi un giudizio specifico, circoscritto nel tempo e legato a fattori esterni, si giunga ad auto-attribuirsi un giudizio globale, stabile e dipendente principalmente da fattori interni.

COME NASCE L’AUTOSTIMA?

sviluppo autostima

Concettualizzare l’autostima come un insieme di processi ci è utile per comprendere il modo con cui solitamente si arriva alla costruzione di un’immagine di sé globale, stabile e legata a fattori interni.

È questa immagine, infatti, ciò a cui normalmente ci si riferisce quando si parla di autostima: un’immagine positiva o negativa della propria persona, supposta stabile nel tempo, generalizzata e vincolata a caratteristiche personali.

Ma come fanno i processi psicologici che sottendono la capacità dell’autostima a portare alla formazione di tale immagine di sé?

Come si cristallizza il processo di attribuzione del proprio valore personale?

Le capacità immaginative di cui dispone l’essere umano sono tali da portarci a costruire costantemente rappresentazioni di noi stessi.

L’autostima, qui intensa come struttura interna stabile del Sé, non è altro che  una rappresentazione simile, costruita proprio grazie all’accumularsi delle diverse rappresentazioni di se stessi maturate nel corso della propria vita

Possiamo intendere tale rappresentazione globale di sé come una sorta di fotografia di noi stessi, costruita sulla base di tutte le varie foto istantanee della nostra persona scattate di anno in anno, di giorno in giorno.

fotografarsi ogni giorno

Ora, se come per magia riuscissimo ad osservare tale rappresentazione come se fosse un qualcosa di esterno alla nostra persona non saremmo in grado di attribuire ad essa alcun valore.

Non potremmo dire, ad esempio, se tale fotografia fosse positiva o negativa. Essa ci apparirebbe semplicemente come un’immagine, un’astrazione, un semplice artificio che la mente  avrebbe prodotto in un dato momento.

Perché dunque sia possibile attribuire ad essa un significato è necessario ricorrere a quei famosi criteri già introdotti in precedenza, noti più in generale come valori.

Avremmo quindi che, se la rappresentazione di noi stessi fosse in linea con i valori che staremmo perseguendo, il giudizio che potremmo rivolgere alla nostra persona sarebbe globalmente positivo; viceversa, se tale rappresentazione fosse distante dai nostri valori, il giudizio che le attribuiremmo sarebbe certamente negativo.

Tuttavia, poiché non siamo in grado di estraniarci da noi stessi, l’idea che nel corso tempo maturiamo sulla nostra persona non è mai neutra, ma risente dapprincipio delle costanti valutazioni su di noi che compiamo sulla base del nostro comportamento.

In breve, ciascuna delle foto istantanee che nel corso della nostra vita avremmo “scattato” alla nostra persona presenterebbe un determinato valore, rappresentandoci ora in modo positivo, laddove stessimo ritenendo la nostra condotta coerente con i valori da noi perseguiti, ora in negativo, laddove percepissimo il nostro comportamento incongruente con questi ultimi.

L’immagine globale che alla fine avremmo di noi stessi risulterà pertanto positiva o negativa a seconda della quantità e della qualità delle singole foto accumulate, ossia della frequenza con cui nel corso nella nostra vita ci saremmo valutati in un dato modo, e dell’intensità emotiva scaturita da ciascuno di questi giudizi.

Va da sé che una vita di continui insuccessi ed autocritiche porterà più facilmente alla propria mente ricordi che, presi nel loro insieme, porteranno a rappresentare di sé un’immagine di persona incapace e incompetente; allo stesso modo, una vita di successi, ma di scarsa rilevanza personale, non permetterà di allontanare quell’immagine negativa di sé che maturerebbe a seguito di un unico, ma deciso, fallimento.

I criteri di frequenza e intensità ci aiutano dunque a comprendere come, da una normale attività circostanziata di giudizio, si arrivi a sviluppare una vera e propria idea negativa di sé stabile nel tempo.

Personaggi Winnie Pooh

A tutti, infatti, capita di giudicarsi. Tali giudizi, tuttavia, hanno un impatto diverso sulla nostra vita a seconda della frequenza con cui occorrerebbero e dell’intensità dell’emozione che ci porterebbero a vivere.

Un conto, infatti, è colpevolizzarsi durante il breve viaggio in macchina per andare a lavoro, all’idea di aver scordato di innaffiare la pianta regalataci la sera prima da una persona cara; un’altra invece è colpevolizzarsi ogni giorno per l’interruzione di un matrimonio su cui si era investita una parte consistente della propria vita.

Parlare di autostima come di una struttura stabile nel tempo equivarrà dunque a riferirsi a quell’idea o a quell’immagine di sé risultante dall’accumularsi di giudizi positivi o negativi rivolti nel corso del tempo alla propria persona, in funzione di quanto, di volta in volta, le proprie azioni fossero state giudicate conformi ai valori che si stava perseguendo.

La presenza di tale immagine di sé spiega il motivo per il quale ciascuno di noi potrebbe essere potenzialmente in grado di valutarsi in modo positivo o negativo.

Non sempre, tuttavia, le persone appaiono capaci di attribuire a se stesse un simile giudizio.

QUANDO NON È PRESENTE L’AUTOSTIMA?

non avere autostima

Riconoscere che l’autostima è prima di tutto una capacità, presuppone che la persona possa essere o meno in grado di attribuire a se stessa un dato valore. Nessuna soluzione intermedia vi sarebbe dunque tra questi due poli opposti.

Al pari delle altre capacità dell’essere umano, infatti, affermare l’assenza di tale capacità equivarrà a riconoscere nell’individuo la presenza di una limitazione nei processi psicologici che assolvono la funzione di attribuire un giudizio alla propria persona.

Tale limitazione sopraggiunge sovente durante condizioni psico-fisiche caratterizzate  dall’assenza di:

  • coscienza di se stessi
  • ricordi delle esperienze passate
  • valori o scopi personali

Ad esempio, la perdita di coscienza che si presenta durante stati di coma limita la capacità della persona di valutare se stessa per tutta la durata dello stato di incoscienza.

L’incapacità temporanea di ricordare informazioni su di sé, che può presentarsi a seguito di traumi o eventi particolarmente stressanti (amnesia  dissociativa), diversamente, esprime un valido esempio di limitazione funzionale a breve termine legata all’assenza di ricordi a cui rifarsi per valutare la globalità della propria persona.

Ancora, eventi di vita che mettono in crisi il proprio sistema di valori (es., perdita della fede a seguito della morte di un figlio) possono portare a sperimentare una parziale perdita di significato che limita la capacità di autostima per tutto il tempo necessario alla ridefinizione identitaria.

Come è facilmente intuibile, tali limitazioni variano in relazione al tempo di permanenza delle condizioni che starebbero ostacolando il normale funzionamento dei processi psicologici legati all’autostima.

limite autostima

Ad esempio, la perdita irreversibile di ricordi episodici personali, che può presentarsi  nei gravi casi di malattia di Korsakoff legati ad alcolismo (amnesia autobiografica), riflette una condizione di limitazione funzionale a lungo termine della capacità di stimare la propria persona sulla base delle esperienze pregresse.

Vero è, tuttavia, che la complessità dell’essere umano è tale da poter permettere l’acquisizione di capacità compensatorie utili al sostentamento di diversi processi psicologici, non per ultimi quelli legati all’autostima.

Ad esempio, la possibilità per il cervello di rigenerare le cellule nervose e la parallela possibilità di apprendere nuove esperienze, permettono in molti casi di acquisire conoscenze su di sé, sugli altri o sul mondo che appaiono utili ad aggirare le limitazioni psico-fisiche sopra descritte.

Ora, affermare che le persone possano o meno essere capaci di stimare se stesse non spiega il motivo per il quale alcune di queste appaiono come più capaci di altre ad esercitare tali capacità.

Questo è il motivo per il quale solitamente si affianca al concetto di capacità quello di abilità.

Parlare di abilità in relazione al tema dell’autostima ci consente dunque di intendere quest’ultima come un qualcosa di migliorabile e allenabile al pari delle altre abilità in nostro possesso.

CHE RUOLO SVOLGE L’AUTOSTIMA NEL NOSTRO EQUILIBRIO PSICO-EMOTIVO?

in equilibrio precario

Mantenere di sé un’immagine globalmente positiva ha naturalmente i suoi pregi, primo tra tutti quello di ridurre l’impatto emotivo conseguente a circoscritti momenti di autocritica.

Far leva su un’immagine di sé positiva, infatti, permette di evitare che i giudizi negativi, che di tanto in tanto potremmo rivolgere alla nostra persona, perdurino troppo a lungo (criterio di frequenza) e/o attivino emozioni particolarmente difficili da gestire (criterio di intensità).

Diversamente, avere di sé un’immagine globalmente negativa si associa a fenomeni diametralmente opposti, incrementando la possibilità di sviluppare diverse condizioni di disagio psico-emotivo.

Non è un caso, infatti, se la maggior parte delle problematiche psicologiche sembra associarsi alla presenza di una bassa autostima, intendendo con quest’ultima quell’idea sottostante di sé come persona di scarso valore.

Idee negative differenti tra loro sono in grado di alimentare disagi psicologici differenti a seconda dei valori specifici a cui la persona starebbe attribuendo importanza.

Ad esempio, idee disfunzionali relative alle tematiche di auto-realizzazione personale (es., “Sono incapace!”) o apprezzabilità sociale (es., “Non sono degno di essere amato!”) possono portare all’emergere di problematiche depressive laddove associate rispettivamente alla frustrazione delle mete valoriali dell’autonomia e dell’interdipendenza.

Al contrario, idee sul sé chiamanti in causa temi di responsabilità personale per danno procurato a terzi (es., “Sono colpevole!”) possono comportare problematiche ossessive laddove associate al perseguimento di  mete valoriali legate al ligio rispetto del proprio codice normativo etico e morale.

Va da sé che le idee su se stessi, che si associano ad una minore autostima, sono quelle che più di altre portano la persona a percepirsi distante dai propri valori.

Attribuire valore al mantenimento di una buona immagine sociale, ad esempio, alimenta fenomeni di ansia sociale in chi detenesse di sé un’idea di persona facilmente criticabile dagli altri (es., “Sono brutta!”) nei domini a cui si starebbe attribuendo più importanza (es., aspetto estetico).

Ancora, attribuire più importanza all’esito di una prestazione piuttosto che all’impegno con il quale tale prestazione sarebbe stata portata avanti  può associarsi ad una forte rabbia e frustrazione laddove presente un’idea di sé come persona non in grado di raggiungere i propri obiettivi (es., “Sono un incapace!”).

Nel complesso, potremmo affermare che avere un’immagine di sé globalmente positiva permette di percepirsi più vicini a quell’immagine di sé ideale che si vorrebbe raggiungere, alimentando la convinzione di poterla raggiungere e con essa la motivazione e la determinazione a migliorarsi.

determinazione

Per contro, avere di sé un’immagine globalmente negativa può portare a percepirsi come distanti dall’immagine di sé desiderata, portando a perdere la fiducia di poter cambiare la propria condizione personale ed alimentando di riflesso demoralizzazione e rassegnazione.

demoralizzarsi

Così posta, dunque, la problematicità relativa alla presenza di una bassa autostima sembra legata soprattutto all’effetto paralizzante che può comportare, ad un livello astratto, nel ridurre la distanza tra il sé reale e quello ideale e, ad un livello pratico, nell’impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi personali.

Meno intuitiva, invece, appare la problematicità legata alla presenza di un’alta autostima, quale è quella che può associarsi a condizioni di Disturbo Narcisistico di Personalità o alle fasi maniacali del Disturbo Bipolare.

In breve, avere di sé un’immagine eccessivamente grandiosa e superba potrebbe portarci a rapportarci nei confronti degli altri in modo “aggressivo”, ossia ad anteporre i propri bisogni e i propri valori a quelli altrui.

È questa una situazione che accomuna tutte quelle problematiche psicologiche in cui la sofferenza emotiva appare più legata alle ripercussioni delle proprie azioni nel lungo periodo, piuttosto che nel breve periodo, come sovente capita a chi presenta una bassa autostima.

Non è un caso, infatti, se tali problematiche siano quelle per le quali le persone richiedono meno frequentemente assistenza agli specialisti, proprio in virtù dell’assenza nell’immediato di quel disagio che porta invece chi vive una bassa stima di sé a ricercare fin da subito un aiuto professionale.

Un’eccessiva stima di se stessi può dunque diventare “problematica” nella misura in cui portasse la singola persona a cercare di raggiungere i propri obiettivi a qualunque costo, anche a discapito dei bisogni e dei valori con cui normalmente entra in relazione.

COME MODIFICARE LA PROPRIA AUTOSTIMA?

aumentare l'autostima

Domanda quest’ultima tra le più frequenti che le persone rivolgono ad uno psicologo, benché spesso frutto di un comune fraintendimento: il ritenere il problema di autostima una questione di mancanza più che di presenza.

Come è stato accennato in precedenza, a rivolgersi agli specialisti sono soprattutto le persone che vivono condizioni di disagio psico-emotivo associate ad una bassa autostima.

Costoro, infatti, avvertono in misura più pressante di quanto non capiti a chi invece presenta un’eccesso di autostima il bisogno di gestire le intense e frequenti emozioni spiacevoli che solitamente si associano ad immagini particolarmente sgradevoli di sé.

Alla base di tale disagio, tuttavia, non vi sarebbe esclusivamente lo scarso esercizio dell’abilità di valutare in modo positivo la propria persona, essendo infatti tale abilità associata alla possibilità di sperimentare emozioni positive, più che a quella di ridurre quelle negative.

Al contrario, a spiegare la presenza del disagio emotivo lamentato da tali persone sarebbe piuttosto l’esercizio preciso e costante dell’abilità di giudicarsi in modo negativo; dunque, un problema di presenza di giudizi negativi, più che di assenza di giudizi positivi.

l'autocritica

Se, come precedentemente sostenuto, tale attività di giudizio fosse legata alla presenza di un’idea disfunzionale di sé, si potrebbe altresì supporre che tale auto-critica dipenda più da fattori interni supposti stabili e generali, piuttosto che da fattori esterni circostanziali e specificatamente legati a determinati eventi.

Sono questi i casi in cui, da una normale attività di giudizio negativa, si passerebbe all’assunzione costante di un atteggiamento giudicante.

Ad esempio, l’attitudine a giudicarsi negativamente, che spesso è possibile ritrovare in chi soffre di un Disturbo Depressivo, è tale da portare la persona a svalutarsi indipendentemente dagli specifici eventi esterni che potrebbero presentarsi.

In simili casi, infatti, ogni circostanza verrebbe letta alla luce dell’idea negativa che già si avrebbe di sé, arrivando a trovare costanti conferme del proprio scarso valore personale in ogni singola circostanza, specialmente nelle fasi più acute del disturbo.

Una simile attitudine al giudizio negativo, nota ai più come atteggiamento pessimistico, è dunque legata alla presenza di un’idea negativa di sé dalla quale ci si starebbe continuamente proteggendo.

Se quindi ci domandassimo cosa poter fare per incrementare la nostra autostima, una prima risposta che potremmo offrire sarebbe quella di ridurre quell’atteggiamento giudicante che staremmo assumendo in diversi momenti della nostra giornata.

Altre volte, al contrario, l’autostima potrebbe incrementare semplicemente cercando di assumere un atteggiamento meno compiacente di quello che solitamente si potrebbe stare assumendo per compensare le proprie mancanze.

Di grande utilità si rivelerebbe altresì provare ad impegnarsi in modo autonomo in molti dei compiti che solitamente si starebbe demandando a coloro verso cui fosse presente un legame di dipendenza affettiva.

La diversità delle soluzioni che potrebbero essere adottare spiega tra l’altro il motivo per il quale si rivela solitamente più utile, prima di qualunque azione, comprendere quali fossero le occasioni che ci stessero portando a valutarci in modo negativo.

Non è un caso, infatti, se ci si ritrovasse a vivere come d’improvviso un livello più basso di autostima, essendo tali atteggiamenti giudicanti, compiacenti e dipendenti strettamente legati a bisogni di sicurezza e protezione personale.

proteggersi

Riconoscere dunque la funzione difensiva di tali strategie ci è utile per scoprire come ri-orientarci verso i nostri valori, contrastando quel senso di demoralizzazione che spesso potremmo vivere nel sentirci troppo distanti da essi.

Di non secondaria importanza sarebbe, in aggiunta, il riuscire a mettere in discussione quell’idea negativa di sé che starebbe orientando tutti i processi psicologici di auto-critica alla base della nostra bassa autostima.

In breve, cercare di comprendere quali prove avremmo a conferma dell’idea di essere una persona di scarso valore, per procedere successivamente alla messa in discussione di ciascuna di essere, una pratica nota in psicoterapia con il termine di ristrutturazione cognitiva.

Naturalmente è più utile svolgere tale operazione se opportunamente guidati da un professionista esperto dei diversi meccanismi psicologici ed emotivi, al fine di prevenire possibili complicazioni prodotte da una gestione scorretta del proprio disagio.

Sarebbe proprio per tali finalità preventive che gli psicologi solitamente evitano di articolare in modo eccessivo tutte le operazioni pratiche che potrebbero essere compiute per gestire le diverse condizioni di disagio emotivo.

In assenza di una chiara comprensione di come funziona la mente, infatti, il rischio di aggravare la propria condizione psico-emotiva utilizzando tecniche pur efficaci sarebbe reale e concreto.

Nel dubbio, pertanto, meglio fare poco o nulla, preferendo piuttosto contattare uno specialista, essendo infatti tali tentativi di gestione della propria sofferenza, nella maggior parte dei casi, il primo e vero fattore alimentante il proprio disagio.