C’è un tempo in cui di sé e del mondo si conosce soltanto ciò che raccontano coloro che sembrano avere tutte le risposte.
È il tempo dei piccoli, quando basta davvero poco per sentirsi felici.
Forse perché anche la felicità è qualcosa che ancora si conosce poco.
La si intravede tra gli alberi, nel luogo destinato a diventare il proprio fortino.
La si ritrova nell’adrenalina che precede una corsa a guardia e ladri o nello stupore delle prime bolle di sapone che prendono forma da uno strano aggeggio colorato.
CHE COS’È LA FELICITÀ?
La felicità, dopotutto, sembra essere una faccenda da grandi.
Di chi guarda il mondo e lo immagina diverso da com’è, almeno nella maggior parte dei casi.
È allora che la felicità appare all’orizzonte, così almeno raccontano: un breve istante destinato a svanire non appena ci si rende conto di quanto sia difficile trattenerlo.
Robe complicate, che credete!
Per sentirsi felici, i grandi sembrano doverne avere il permesso.
Non basta trovare il primo ramoscello che capita a tiro.
Occorre trovare proprio quello che avevano in mente: con quella forma, quei colori, quelle caratteristiche.
Altrimenti è come barare.
E la felicità, si sa, è una cosa seria.
Ai grandi piace vedere i propri sogni prendere forma.
Meglio ancora se riescono a toccarli con mano.
È in quel momento che credono di aver trovato la felicità.
La stessa che, in realtà, avevano già intravisto dentro di sé mentre immaginavano, con dolce anticipazione, il giorno in cui quei desideri si sarebbero realizzati.
È curioso come ciò che era già presente dentro di loro non basti a renderli felici.
Hanno bisogno di una conferma, di prove concrete che ciò che vedono dentro se stessi esista davvero.
Un po’ come fanno i detective quando cercano indizi per sostenere le proprie ipotesi.

A volte mi domando se quei sogni non siano, in fondo, il tentativo di ritrovare la felicità dei piccoli.
Quella che arriva senza preavviso, senza essere cercata, senza dover essere programmata.
Forse agli adulti le sorprese piacciono meno di quanto ammettano.
Hanno bisogno di sentirsi al comando, di prevedere ciò che accadrà, di tenere tutto sotto controllo.
A COSA SERVE LA FELICITÀ?
Anche gli adulti hanno bisogno di dirsi felici, persino quando non lo sono.
Spesso è il ricordo di alcuni momenti a farli sentire tali, il semplice tornare con la mente a ciò che hanno vissuto.
Forse è anche per questo che il tempo è così prezioso: sanno che ogni giorno difficile si aggiunge ai ricordi che già custodiscono, rendendo talvolta più complicato ritrovare quelli che conservano maggiore leggerezza.
Quella degli adulti è spesso una felicità idealizzata, fatta di esperienze che, nei ricordi, finiscono per apparire diverse da come sono state davvero.
Eppure hanno bisogno di questa immagine.
Hanno bisogno di credere che la felicità possa essere trattenuta, almeno in parte, conservando e accumulando ricordi felici.

Gli adulti conoscono l’idea della morte, anche se non l’hanno mai incontrata direttamente.
Forse è anche per questo che sentono il bisogno di sapere di essere stati felici: perché quei ricordi diventano la prova che il viaggio è valso la pena di essere vissuto.
È per questo che li custodiscono con tanta cura.
Non ne buttano via quasi nessuno e li tengono al sicuro nel loro fortino personale.
Li mostrano raramente agli altri, come si fa con qualcosa di prezioso.
E quando decidono di aprire quel forziere, lo fanno con nostalgia: serenamente, quando sentono che quei momenti continuano ad accompagnarli; con tristezza, quando temono di non poterli più rivivere.
Fortuna che siamo ancora un po’ piccoli, perché è davvero faticoso cercare continuamente di essere felici.
«Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici » (Guillaume Apollinaire)



